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Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

giovedì 30 gennaio 2014

La terra dei fuochi è Massa Carrara Intervista (del 1989) a un grande inquinatore pentito del territorio



 Pubblichiamo un articolo arrivato con le newsletter da Co.As.Ver:

26 gennaio 2014 alle ore 23.56

Premessa
Per anni le grandi industrie, di questa zona, hanno fatto sparire milioni di tonnellate di rifiuti, seppellendole, buttandole in mare, nei corsi d'acqua, nella falda, trafugandole in  discariche illegali. Molte sono ancora dove sono stati gettate, ma nessuno le ricerca o pensa a individuarne i responsabili
                                                                                                                                                      
Questo territorio o, meglio, le industrie chimiche che hanno operato in questo territorio, hanno gravi e criminali responsabilità nella situazione tragica della cosiddetta “terra dei fuochi”. Sicuramente da qui sono partite centinaia e centinaia di migliaia, a dir poco, di tonnellate di rifiuti chimici che sono finiti illegalmente, in Campania, come è stato denunciato pubblicamente, già a partire dal 1989 (dall’ Assemblea Permanente dei cittadini contro la Farmoplant e del Comitato dei cittadini davanti alla Farmoplant, in volantini a documenti che oggi si possono ancora leggere nel giornale l’Assemblea, da loro pubblicato fino al ‘93), quando iniziò la burla della cosiddetta bonifica della Farmoplant. Gli amministratori, i dirigenti locali e la magistratura ricevettero ripetutamente, le segnalazioni del movimento in modo puntuale e non potevano non sapere. Mai però hanno accusato ricevuta. Eppure le denunce erano gravissime e, se false, avrebbero comportato, per chi le diffondeva, reati come la calunnia e la diffamazione. La Farmoplant minacciò di chiedere risarcimenti miliardari, ma non fece quasi mai denunce.  Come primo firmatario di una nostra denuncia contro l’inceneritore Lurgi una sola volta venni convocato da un magistrato, ascoltato e liquidato con molta sufficienza. Non aveva ben chiaro il problema degli inceneritori, ma, avendo assunto il punto di vista dell’azienda, si deve essere convinto che, parlando e rivendicando i diritti alla salute e al rispetto dell’ambiente, fossi uno fuori di testa. Eppure notizie come quelle del trasferimento illegale dei rifiuti tossico-nocivi della Farmoplant nel territorio di Caserta era stata diffusa anche da quotidiani nazionali e non lasciava dubbi. Avevamo anche documentazioni precise, avendo fotografato e registrato molte targhe di camion e parlato con molti camionisti.  Cosa sia poi successo dei rifiuti, rimasti, dopo la nostra denuncia, in fabbrica e cosa sia successo di quelli dell’ ItalianaCoke, della Ferroleghe, dell’ex Rumianca e di tante altre industrie locali, non si sa.. Nessuno, a livello istituzionale, ha voluto vedere, ascoltare, parlare. 
Dubito molto che se si volesse ricostruire la storia di queste bonifiche, si arriverebbe a capo di qualcosa. Per chiarire con un esempio: l’archivio delle produzioni dell’ex Ruminaca, venne individuato, da un cronista e fotografo di Massa, nel ... Lago di Porta. Poté recuperare qualche registro che non era affondato nel fango, ma il resto è scomparso in questo modo spiccio. Chi ha fatto indagini allora, non fosse che per il fatto che il Lago non doveva essere utilizzato come discarica? Nessuno.  
Ma la “terra dei fuochi” è anche qui, da noi e da ben prima. E non so quanta parte della produzione di ortaggi che avviene tra Massa e Carrara abbia caratteristiche più salubri di quella della Campania delle discariche abusive. Prima di esportare rifiuti in Campania e chissà dove, le industrie locali aveva utilizzato sistematicamente le proprie aree interne e terreni presi in affitto da privati, campi aperti e  incustoditi, bordi delle strade, argini di corsi d’acqua, canali, torrenti, falde e mare per far sparire direttamente o facendo ricorso a ditte di smaltimento private, i propri rifiuti pericolosi e tossico-nocivi, mutageni, teratogeni e cancerogeni, senza nessuna preoccupazione della devastazione dell’ambiente che causavano e dei danni alla salute della collettività e delle generazioni future. 
Anche tutto questo è stato denunciato più volte e non solo dal movimento contro la Farmoplant e l’Enichem alle istituzioni, agli amministratori pubblici locali e regionali, ai segretari e ai dirigenti all’ ambiente dei comuni e della provincia, ai partiti, ai sindacati e alla magistratura, ai tecnici dell’ Asl (che allora aveva altri nomi).  Nei primi anni ‘50 gli abitanti della zona della Bario denunciarono il fenomeno diffuso della morte dei piccoli animali da cortile, polli e conigli,  per fratture multiple delle ossa.  Una sostanza che usciva della fabbrica, via ciminiera, si sostituiva al calcio dello scheletro determinandone la rottura. Il fenomeno avrebbe finito per colpire anche gli uomini se le produzioni dello stabilimento fossero continuate nello stesso modo, ma quella volta l’azienda dovette ricorrere, vista la mobilitazione popolare,  ai ripari,  modificando le sue produzioni e il fenomeno  ebbe termine. Negli anni dal ‘60 al ‘65 circa, gli ortaggi, la frutta e l’uva della zona intorno alla Rumianca e alla Montecatini divennero immangiabili e il vino imbevibile. Avevano acquistato un sapore amaro, disgustoso e puzzolente che ne impediva la consumazione e la vendita. Le proteste arrivarono a livello governativo e l’on. Moro intervenne nei confronti di queste industrie. Anche in questo caso il fenomeno scomparve, almeno per quanto riguardava il sapore. ma c’è molto da dubitare che ortaggi e frutta fossero tornati ad essere effettivamente mangiabili e innocui per la salute. Probabilmente i due stabilimenti avevano smesso di pompare in falda i loro rifiuti chimici e li disperdevano direttamente in mare.  
Esempi di questo genere potrebbero moltiplicasi. Questo territorio ha prodotto continue forme di resistenza dal basso e non istituzionalizzate contro uno sviluppo industriale sempre più disumano e indifferente  nei confronti della salute. Istituzioni e amministrazioni locali, partiti, sindacati, magistratura, sono sempre stati i primi destinatari delle proteste, ma non sono mai intervenuti fattivamente, perché subalterni alle ideologie produttivistiche dominanti e sostenitori convinti del modello di produzione che  pretendeva assoluta libertà d’azione in cambio di posti di lavoro. Hanno perciò fatto finta di non sapere, giustificato ogni abuso e crimine e insabbiato sistematicamente tutto. 


Il Testimone 
Quella che segue è la trascrizione, così come è stata registrata, della testimonianza che un imprenditore dello smaltimento dei rifiuti di questa zona, mi rilasciò, a marzo del 1989. Fu immediatamente ciclostilata a cura dell’Assemblea Permanente, di Medicina Democratica e del Comitato dei cittadini davanti alla Farmoplant e diffusa ampiamente. Ma, come al solito, il “palazzo”, in tutte le sue articolazioni, fece finta di niente, fino a quando, durante un’assemblea pubblica, una copia venne consegnata, davanti ai presenti, all’ assessore all’ ambiente del comune di Massa che non poté più far finta di non esserne a conoscenza e dovette segnalarla alla magistratura.
Dagli anni ‘50 fino a poco prima dell’intervista, questo imprenditore, vero grande pentito, per motivi etici e non per usufruire di indulti e protezioni, aveva smaltito di tutto, dai rifiuti della Rumianca a quelli della Farmoplant e di altre industrie locali. Aveva iniziato nel dopoguerra, svuotando i pozzi neri, ma subito era stato chiamato dalle grandi aziende chimiche locali, per liberarle dai loro rifiuti tossico-nocivi. Col tempo aveva messo in piedi una ditta più grande, per soddisfare questa domanda crescente. Come si legge nell’ intervista, del tutto a digiuno della qualità delle sostanze che doveva smaltire, le aveva, per anni e anni, sparse nel territorio, dovunque fosse possibile farlo, dal mare ai monti, senza nessun controllo e limitazione. Dopo l’esplosione della Farmoplant aveva acquisito la consapevolezza, a contatto con il movimento,  che le grandi aziende lo avevano ingannato, non avvertendolo della pericolosità delle sostanze che gli facevano manipolare e disperdere nell’ ambiente e gli avevano fatto compiere azioni criminali e nocive per la popolazione e anche per se stesso. Poco dopo la consegna del testo dell’intervista all’ assessore del comune di Massa, questo imprenditore venne convocato dalla magistratura e  fatto accompagnare, dalle forze dell’ordine, dentro la Farmoplant per individuare alcuni dei siti  (terreni, capannoni, edifici dell’ex Resine) dove aveva dichiarato di aver tumulato enormi quantità di scorie tossiche e nocive  della fabbrica. Come era prevedibile, a questa decisione della magistratura non fece seguito nessuna iniziativa per rendere giustizia alla popolazione così gravemente danneggiata e messa in pericolo.  In compenso l’imprenditore-testimone ebbe, da allora, una vita più difficile (telefonate anonime di minaccia, minacce di querele,  perdita di gran parte del lavoro;  piccole, continue vessazioni istituzionali; ecc.), anche se continuò, esempio unico, con coerenza e coraggio, a ribadire la sua testimonianza. 
Ma era già successo che un altro imprenditore di una società di scavi e movimentazione terre, avesse dichiarato pubblicamente di avere scavato, dentro lo stabilimento Farmoplant, fosse molto profonde (anche sui 18 - 20 metri di profondità) che erano poi state riempite con decine di migliaia di tonnellate di rifiuti chimici e di produzioni mal riuscite. Da pentito, aveva dichiarato ai giornali quello che aveva fatto e visto. Anche allora i carabinieri, su ordine della magistratura, lo avevano fatto entrare nello stabilimento, per farsi indicare i posti dove erano stati scavate le fosse e interrati i rifiuti tossico nocivi. Stranamente, però, fu colto da amnesia, fece scavare dove non c’era niente e ritrattò tutto. In compenso potè continuare a lavorare anche per la Farmoplant.    
Non siamo tra quelli che “hanno fiducia nella magistratura” (anche se continuiamo ad essere convinti che la magistratura deve essere assolutamente indipendente e autogovernarsi senza ingerenze del potere politico); sull’ inquinamento selvaggio di questa zona, ha  fatto pochissimo, non ha prevenuto niente, non ha reso giustizia alla popolazione, non ha  chiamato in giudizio e condannato i colpevoli, se non marginalmente.  Sono stati filtrati i moscerini e ingoiati i cammelli, si sono  colpiti gli abusi dei piccoli, con severità anche giustificata, ma gli abusi enormemente più gravi dei forti e potenti, le multinazionali del crimine chimico, hanno trovato sistematica comprensione e sostegno nel palazzo.  Perché - vale la pena di ricordarlo in tempi di reazione come gli attuali -,  il nostro sistema politico, sindacale, istituzionale e  giudiziario,  è stato pensato e costruito per essere, sistematicamente, forte con i deboli e debole con i forti.
                        
Nell’ 89, l’imprenditore intervistato mi chiese di non rendere pubblico il suo nome per motivi che non volli approfondire anche se mi risultavano più che chiari, perché pensavo di  non avere il  diritto di discuterli. Oggi potrei pubblicarlo non solo perché è morto, ma anche perché, con la consegna della sua testimonianza all’ assessore del Comune di Massa, il suo nome divenne noto alla magistratura e alle forze dell’ordine oltre che a tutti i componenti del movimento popolare contro la Farmoplant. Preferisco però continuare a rispettare la sua richiesta di anonimato di allora. 

L’intervista, nell’ 89 era preceduta da una nota oggi meno necessaria, per cui ne stralcio solo alcuni passi che mi sembrano invece ancora attuali:
«Questa testimonianza non ha bisogno di nessun commento. Ci siamo proposti di lasciare la parola ai lavoratori, alla popolazione, alle donne, agli anziani che hanno dovuto convivere e lottare, sul posto di lavoro e nella zona industriale, con un’industria chimica che non si è mai preoccupata di rispettare la salute e l’ambiente, ma ha cercato solo profitti e ricattato tutti con la minaccia di chiusura e licenziamenti, trovando la connivenza delle forze politiche e sindacali e delle istituzioni.      
Altre volte abbiamo utilizzato, nelle nostre lotte quotidiane, la memoria dei protagonisti di base della storia industriale di questa zona;  ci proponiamo di sviluppare ulteriormente questa  attività, per mettere a disposizione di tutti le conoscenze ed esperienze dirette di lavoratori e popolazione che sono servite a creare una coscienza collettiva sui problemi della salute e dell’ambiente tra di noi. 
Crediamo che un nuovo fronte di lotta debba essere aperto dal movimento: il recupero della memoria, la ricostruzione storica delle lotte popolari, così forti e vive, da moltissimi anni, nel nostro territorio, sui problemi della salute e dell’ambiente, (ma non solo su questi) e l’indagine sui modi di produzione e di rapina delle risorse umane e naturali, messi in campo dalle grandi industrie della morte, come la Farmoplant e l’Enichem, l’Italiana-Coke. e la Ferroleghe, ma anche da aziende più piccole. Senza contare le responsabilità degli enti pubblici che si occupano istituzionalmente di smaltimento dei rifiuti. 
25 marzo 1989 

Assemblea Permanente, Comitato dei Cittadini davanti alla Farmoplant, Medicina Democratica»


Il testo dell’intervista

D) Hai lavorato dagli inizi degli anni ‘60 in poi, con una ditta di servizi, di spurghi, di pulizie, all’ interno di molte fabbriche chimiche e non chimiche di questa zona. Quali sono, secondo la tua esperienza, quelle che hanno inquinato e quelle che si sono comportate bene  nei confronti della salute della gente, di quella dei lavoratori e dell’ambiente?
R) Quella fabbrica che era ferma e che non ha mai lavorato.
D) Prendiamole una pur una, queste fabbriche. Come venivano eliminati i rifiuti chimici dentro la Rumianca?
R) I rifiuti chimici dentro la Rumianca venivano eliminati con botti, prese  e scaricate nel Lavello oppure con camion  caricati e si portavano alla fornace di Baudone che c’era una discarica comunale.. .gestita dal comune;  sembrava gestita dal comune ... che poi a quei tempi là non si capiva nemmeno chi era il gestore regolare . Lì, questa roba si trova a 5/6 metri di profondità. Come provenienza erano fanghi della produzione... come veniva chiamata?.. della produzione della Rumianca del citro nitro (o qualcosa di simile) che facevano, del carburo, delle vasche di carburo, delle melme di sale che venivano caricate con le autobotti e scaricate nel Lavello perché non c’era mica nessuno... anche se passavano i vigili o chicchessia o persone...nessuno capiva il discorso di inquinamento che veniva fatto...di modo che a quei tempi lì non  esistevano né verdi né rossi né nessun colore; non capiva niente nessuno, di modo che era il mondo della fanfara.
D) Quanta roba  è stata buttata via in questo modo?
R) Migliaia di camionate e migliaia di autobotti di roba, che difatti è andata a finire  perfino verso il Cinquale... da quei paraggi lì, intorno all’ autostrada, nei terreni bassi e così... e altra si trova anche più vicino... tanta, proprio tanta, tanta, tanta. Non è mai, come si dice... tanta, via.
D) C’erano dei posti autorizzati dove scaricare questa roba?
R) No. Quali autorizzazioni?  Bastava che uscivi fuori da un terreno che era padronale e poi trovavi anche qualche padrone che faceva scaricare uguale identico, come è successo anche verso... come si dice?... in Gotara. C’era una specie di laghetto, fu riempito tutto di roba della Rumianca... Basta che non erano posti, come si dice, privati privati, di quei privati che poi, dove trovavi, se era un canale potevano scaricare tutti, mica solo quella roba lì.
D) Cosa puoi dire della Cokapuania?
R) La Cokapuania....La maggioranza dei loro rifiuti andavano scaricati nell’interno dei muri di cinta, dove c’erano dei canali che portavano sul Lavello. Era della roba liquida che uno, come si può dire, non ero mica un chimico a sapere di cosa si trattava. Si trattava sempre di roba che faceva male, perché... delle volte, sulle mani stesse venivano delle crepazze, delle cose... di modo che andavano a finire di qua e di là, senza che nessuno mai si è degnato di avvisarti o c’è un pericolo o c’è qualcosa.
D) Voi venivate chiamati dalla Cokapuania per prendere con le autobotti questa roba...
R) Sì! Venivamo chiamati dal capo che avevano loro lì e si andava a lavorare, però non si è mai saputo che cosa veniva mosso; a partire, per dire, anche dalla Rumianca non sapevi mica la faccenda del pericolo. Ogni tanto c’erano  anche, per dire, come alla Rumianca è successo, delle notti che veniva fuori del gas e se non si scappava  e si riusciva a mettersi al riparo, si cadeva a terra come il gas asfissiante, come i gas che dicevano nel 1918, nella guerra  del ‘18.
D) Quindi voi non sapevate che materiali trattavate.
R) Niente, non si è mai saputo niente, da nessuno perché... difatti, avevano fatto, da ultimo, delle vasche di decantazione - o come chiamarle? depuratore? - che tante volte morivano tutti i batteri, come erano chiamati? Batteri li chiamavano, per quel verso lì e difatti, dopo venivano scaricati con le pompe, buttati nella fogna di scarico e andavano a finire nel Lavello.
D) Questo dove?
R) Alla Rumianca ... Invece alla Coka  si pigliavano delle acque delle fogne che aveva e si riportavano lungo i terreni e si lasciavano lì a cielo aperto. Quello che poi avrebbero dovuto,  come si dice?... l’inquinamento... il grado di inquinamento che avevano, non si può dire, perché non so bene che cosa erano, però certo non erano mica noccioline o caffè; erano sempre dei veleni che ogni tanto bisognava, dal puzzo,... bisognava stare lontani. Tutto questo anche per i pozzi neri, tutto scaricato all’ interno, nei terreni interni e nel Lavello, fino agli anni 76/77, che poi  andò in funzione un depuratore del comune, in Gotara e allora, a quel punto lì, cominciarono a  mandarlo al depuratore.
D) Parliamo un po’ della Bario.
R) La Bario è una cosa anche lunga, ma lunga. Alla Bario ci sono andato a lavorare dentro che  ero il primo che ha iniziato a lavorare. E difatti adesso, dove c’è quella montagna di “cose”, di fanghi, prima c’era una specie di caverna, che si pigliava la roba con le botti e si portava lì e spariva sotto terra. Adesso ci hanno fatto una montagna e di fatti c’era un capo che si chiamava... un certo M..., anche cattivo come un serpente, e ci diceva che quella roba lì andava a finire sotto lì e non se ne interessava nemmeno. Quando la fabbrica era in mano ai veronesi, quelli di Verona, i padroni erano di Verona, ce n'è stata scaricata di rumenta lì peggio che... c'è una montagna che è alta 20 metri e un altri 30 metri sarà andar di sotto; si vedeva l’acqua passare sotto, mi ricordo, sono degli anni ormai che sono passati, perciò ci hanno fatto una montagna e a fianco c’è un’altra vasca; non lo so se l’hanno riempita, che cosa  hanno fatto.
D) Questa roba dove la prendevate?
R) Tutto lo scarto che veniva dalla fabbrica: acidi... di tutto perché anche lì chi ti diceva mai niente, che cosa c’era. Mai tutti gli stabilimenti che ho girato han detto che quella roba lì fa male o.... niente; lì non diceva niente nessuno, anzi per loro faceva tutto bene.
D) Anche lì controlli non ce n’erano da parte del comune, delle autorità sanitarie e ...
R) Ma a quei tempi là, che vuoi che sia. La roba che c’era, come si dice,.. quelli della profilassi come erano chiamati, dell’igiene e sanità erano quelli che erano, anche allora. 
Due o tre persona che vuoi che controllavano? E poi quando arrivavano, avevano già tutto risistemato.
D) Chi degli operai, a quel tempo, si occupava di questi problemi?
R) Nessuno. Gli operai non se ne sono mai occupati; nessuno. Anzi morivano come i peri e ogni tanto  si sentiva di qualcheduno che moriva di un male cattivo di qua e di là e dicevano: “ Sai, è morto il tizio”... come niente fosse stato, come una cosa così ... non se ne è mai interessato nessuno:... che è venuto da quello lì il male o che è venuto da quell’ altro prodotto. Purché la gente portava quel po’ di stipendio a casa, sembrava di aver vinto il terno al lotto.
D) Hai mai visto scioperi, lotte di operai, in qualcuna di queste fabbriche, per avere un ambiente di lavoro più pulito e per la salute?
R) No. E’ stata sempre la legge dettata dai padroni. Difatti anche  alla Bario ci furono dei licenziamenti; ne licenziarono 100, 140 ... a dire la cifra esatta, non vorrei sbagliarmi. Ci fu un po’ di crisi, non lo so il motivo, il perché, ma la gente sai, erano dei tempi che aveva bisogno di quella lira di lavoro e purtroppo quello che arrivava, facevano; non c’era mai stato nessuno... io penso che nemmeno gli operai tuttoggi sanno, dentro gli stabilimenti, che materie muovono e che cosa fanno; c’è tanta gente che sarà ignorante più che me che parlo.
D) Parliamo un attimo dell’Olivetti.
R) L’Olivetti, anche lei c’ha delle vernici dentro un rifugio. Anche lì c'è stata una botte che ha lavorato notte e giorno, e faceva 5/6/7 viaggi al giorno da una parte all’ altra e ha riempito il “rifugio” lì, di vernici, solventi e cose così e mai che si fosse interessato qualcheduno. 
Anzi, una volta l’ho vista anche venir fuori questa roba, che non l’ho fatto io quel lavoro lì; l’ho vista venir fuori da una parte che c’era un’azienda di automobili a fianco; reclamarono appena, appena. Ci dovrebbe essere un rifugio che confina con questa azienda di automobili ... mi sfugge il nome, come si chiama o che sarà chiusa ora... che è venuta fuori questa vernice qua, ma proprio vernice, che non se ne è mai interessato nessuno se sotto è cementato, sotto questi rifugi qui, perché anche lassù c’è del terreno che dovrebbe essere tutto pietrisco e, a filtrare, ha trovato esca bene, anche nel filtrare che dopo anche... Come i pozzi di acqua che sono a valle, nella stessa direzione... Ci dovrebbero essere anche dei pozzi del comune, verso il campo sportivo... Non lo so mica se non è proprio quella roba a monte, di quello stabilimento lì... che ho sentito che c’è stato anche qualche inquinamento, giorni fa.
D) Visto che hai parlato di rifugio, sai niente del rifugio antiaereo della Rumianca che è pieno di pesticidi?
R) Ma lì ne sentivo parlare, una volta, di qualche cosa, ma non rammento preciso che cosa ci sarebbe dentro. Ne sentivo parlare così, tempo addietro, tanto, tanto tempo fa, però non rammento bene la faccenda, perché sai, sono cose che delle volte non hanno interessato l’opinione pubblica e sai, non c'è stato qualcosa che ha fatto pensare, perciò sentivo parlarne di qualche cosa, ma non ho capito che cosa c’era.
D) Parliamo ora della Montedison che è stata prima Montecatini, poi Montedison Dipa, poi Montedison Diag e poi Farmoplant. Tu ci ha lavorato spesso. Dimmi che cosa succedeva anche qui per i fanghi e i residui chimici.
R) Nei primi tempi che andavo dentro la Montecatini - era chiamata per quel verso lì -, mi ricordo, in quei tempi là, si andava a levare della roba bianca che sembrava della calce, che difatti quella calce lì non era che un prodotto talmente pericoloso che faceva rimanere le persone mezze flosce,.. le persone non riuscivano più a far l’amore. 
Difatti una persona dentro, che era un mio carissimo amico, che ora è morto, una volta che mi ero sporcato un po’ con questi fanghi, mi chiamò, gridando, che era una cosa così pericolosa e mi mandò a lavarmi subito. Però la gente non sapeva mica niente, Difatti c’era un tubo, mi ricordo, che passava  lungo il Lavello e andava a scaricare in punta al Lavello, nel mare. E chi mai avrebbe pensato che c’era una trappola così. 
Mai che nessuno si interessava di quella nassa lì... di niente. Come altri... 
Che poi c’erano svariate imprese che lavoravano all’ interno; la gente è rimasta mezza rovinata dai serbatoi e tutto quel lavoro lì; saltavano dentro; sapevano mica niente che cosa scaricavano, cosa muovevano e tutto lì...
Come anche  tant’ olio scaricato lungo la loro discarica che era verso il bruciatore, lì.. Olio, nafta, una specie di catrame che fu riscaldato e scaricato a terra, lì senza nemmeno... a quei tempi là era così nella vecchia Montecatini.
D) Ecco, questa roba dove veniva ammucchiata normalmente?
R) Quella roba lì veniva ammucchiata nei paraggi della ciminiera. C’era una discarica lì, prima della strada che avrebbe collegato le due strade, la via Vecchia Marina e... cioè la Vecchia Aurelia e la via Dorsale; in quei  paraggi lì, c’era un bel mucchio di roba che poi dopo, quando furono rifatti i lavori dalla Montedison, quella lì non so dove è andata a finire, che fine ha fatto se l’hanno spianata... che cosa hanno fatto.
D) E quando è stata fatta la Montedison?
R) La Montedison aveva incominciato nel ‘76, se non mi sbaglio, di settembre, a pulire le vasche di decantazione del depuratore e, a quei tempi là, furono levati mille/ mille duecento/ mille quattrocento metri cubi di roba e scaricata verso le Resine nei dintorni del campo sportivo. C’era una buca del ghiaino che loro avevano levato, si vede, per fare i piazzali o qualcosa. Non so quale ditta appunto levò quel materiale lì e fu scaricata tutta la roba delle vasche dentro lì, dentro la buca del ghiaino.  Mi sembra che fu fatto una volta nel mese di settembre/ ottobre, la prima volta, e la seconda volta fu fatto nel mese di giugno/luglio dell’anno dopo o maggio, non mi ricordo il mese, ma dopo  sette/otto mesi, da una volta all’ altra, e ne furono levati tanti metri cubi di più.
D) Si trattava quindi di due buche differenti?
R) No, quasi una, le buche sono vicine una all’altra; tutta la roba che  è andata lì... però dopo mi sembra che tutta, la seconda volta, non ci andò, dentro le buche.  Venne fuori appunto il consiglio di fabbrica che incominciò un po’ a... che non gli stava bene quel discorso lì di scaricare lassù, verso il campo sportivo e allora furono chiusi i muri dei fabbricati vicini al campo sportivo: le vecchie Resine e ci fu cominciato a buttare dentro... Dentro lì c'è della roba che era... come è sotto terra; dovrebbe essere dentro ai fabbricati del campo sportivo.
D) Queste buche che dimensioni avevano?
R) Eh, grosse. Tanto grosse, perché si erano pigliate svariate centinaia di metri cubi di roba,  per essere state portate nei piazzali, al di sotto, che han fatto tutti i piazzali nuovi che era tutto  del cocciame... come veniva chiamato? ... pietrisco di ghiaia e che di là veniva riportata su, la terra.. è stata riportata su della terra che è stata levata...
D) Quanto potevano essere profonde queste buche?
R) Eh, c’era qualcheduna che... oltre 10 metri, sui 10 metri, anche 5 metri;  non erano fatte mica proprio a un piano regolare cioè; si scaricava fin sopra, ma oltre i 5 metri sono, andando  verso i 10, 12,  anche 15 metri.
D) E cosa c’è stato fatto sopra?
R) Sopra c’è stata riportata tutta quell’ altra roba che era in giro per lo stabilimento e c’è stata spianata vicino al campo sportivo a venire giù, adesso sono stati fatti dei viali... cioè non proprio dei viali, delle strade pari.
D) E gli edifici delle ex Resine sono stati riempiti...
R) Quelli lì sono stati riempiti sempre di quella roba lì, del depuratore, e li hanno murati e ci sono delle murature che arrivano a un metro e cinquanta, due metri, due e cinquanta. Ora, ricordando che sono oltre 10 anni che sono stato dentro, sai, non è nemmeno tanto facile dire proprio la misura esatta, il metro preciso, però ce n’è tanta, ce n’è tanta  che è mischiata di tutte le razze, mischiata dentro c’è anche qualche botte  di scarico di Rogor... di tante razze, che poi   mai nessuno mi ha detto: “Questo qui è vino e quell’ altro è birra o quell’ altro è caffè”... Se muovevi era tutto un putiferio... a pigliare dei fanghi che venivano fuori dal bruciatore, direttamente, anche fanghi del bruciatore, ci sono dei fanghi del bruciatore. Dopo fecero una vasca , e cominciarono a metterli lì, ma  prima, sono stati  mischiati sempre con quegli altri di ogni razza; è venuto fuori un putiferio di tutte le razze; quelli più velenosi, quelli meno velenosi, sono tutti una razza. Per i liquidi, si aprivano e si mandavano con la pompa stessa... questi camion qui, che erano attrezzati, si mandavano dentro al forno  e veniva bruciato quel liquido;  quello che no, che erano solidi, perché c’erano anche dei fusti solidi, ce ne erano tanti, ce n’erano oltre 10 o 12 mila fusti, che furono tutti bruciati anche questi.
D) Ma questi fusti al momento in cui furono buttati  nell’ inceneritore erano tutti intatti oppure erano già rovinati, bucati?
R) Eh, quali rotti, quali si era perduta per la via, della roba, quali...
D) Quindi molti dei liquidi li’ contenuti erano colati nel terreno.
R) Eh, ce n’era tanti colati nel terreno; come si può dire? Se avessimo - una battuta - in liquore di quello che si è buttato in terra di liquido di quei fusti lì, si potrebbe ubriacare Massa Carrara e qualche altra città intorno, di whisky.
D) Anche i fanghi che sono stati stivati dentro gli edifici delle ex Resine perdevano liquidi?
R) Sì. Erano bagnati e dopo scolavano lungo la muratura o lungo qualche cosa da sopra e allora si spandevano. Poi anche sotto non era mica che c’era del cementato a tenere o che ... era alla meglio. Basta che reggeva lì la roba. Poi, oggi mettevano di qui e scolavano lungo i mattoni, poi, non so, domani scaricano in un altro fabbricato e quell’ altro... e’ come uno fa una muratura, via.
D) Ci sono sempre state  molte morie di pesci in fondo al Lavello. Sapresti dare una spiegazione di questo fatto?
R) Sì. A quel punto lì c’era la questione del depuratore che aveva delle saracinesche elettriche e quando l’acqua aumentava di livello, delle volte bastava premere un pulsante e le acque partivano, trattate o no che...  delle volte ho visto proprio... e poi c’era il pericolo di quando c’erano le piogge, che veniva tanta acqua e tutti i veleni che si trovavano per terra, per i reparti, quelli che si trovavano per le strade e per le fogne, anche questi qui andavano a incidere sopra la questione delle morie dei pesci, a valle. 
Oppure quando succedeva qualche disgrazia, oppure si rompeva qualche tubo, qualche cosa, chi è che la fermava quella roba lì, fino che non avevano sistemato la partita; e andava giù che i vasi di contenimento delle volte ce la facevano e delle volte no a reggere la  corporatura dei veleni.

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