Associazione Ambientalista a carattere volontario ed apartitica, che si configura quale associazione di fatto. Essa non ha alcuna finalità di lucro. L’area di svolgimento delle attività dell’Associazione è delimitata ai comuni della Valdisieve.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

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venerdì 11 giugno 2021

Da Eddyburg: Come arricchirsi con l'uno per cento

 Articolo tratto dal sito web eddyburg.it al link: https://www.eddyburg.it/2015/03/come-arricchirsi-con-luno-per-cento.html

di Gianfrancesco Turano

«Grazie a sponsor politici e protezioni aziendali, le grandi opere sono sempre un affare. Così funziona il meccanismo che assegna le direzioni dei lavori. A spese dei cittadini». L'Espresso, 2 aprile 2015 (m.p.r.)

Lo scorso autunno una delegazione libica sbarca a Roma per discutere della Coastal road. È l'autostrada che il governo italiano ha promesso al fu Muhammar Gheddafi nel 2008, con Silvio Berlusconi premier e Altero Matteoli ministro delle Infrastrutture, per compensare i danni della colonizzazione sabaudo-fascista. Lo schema dell'accordo, mantenuto anche dopo la caduta del Colonnello, prevede che la società pubblica Anas international enterprise, controllata al 100 per cento dall'Anas, si occupi del progetto e della direzione lavori. La Libia può scegliere le imprese, purché siano di preferenza italiane (Salini-Impregilo, Cmc, Condotte, Pizzarotti). L'incontro romano si svolge in un'atmosfera surreale. I libici si sentono dire che alla direzione lavori sulla Ras Ejdyer-Emssad Motorway parteciperà anche la Ingegneria Spm di Stefano Perorti. No problem, rispondono. Sanno bene che in questo momento la costruzione di un'autostrada è più probabile su Marte che nella Libia devastata da tre anni di guerra civile e dall'attacco dello Stato Islamico. Ma conoscono gli italiani e sanno stare al gioco. E in gioco per adesso non ci sono i 2,3 miliardi di euro della Motorway costiera ma i 12.5 milioni di euro di consulenze tecniche e amministrative bandite a gara dall'ambasciata di Tripoli ma pagate con fondi degli ex colonizzatori. 
L'inchiesta "Sistema" della Procura di Firenze rivelerà che la Spm è stata imposta da Ercole Incalza, il burattinaio del Mit, arrestato insieme all'ingegnere Perotti. Per l'autostrada libica è finito sotto inchiesta anche il direttore generale di Anas international, Fabrizio Averardi Ripari, che oggi si difende dicendo di avere subito le pressioni di Incalza per inserire Spm nel business libico. E la stessa tesi che ha rilanciato in termini generali Pietro Ciucci, dominus uno e trino dell'Anas secondo la definizione del capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda. Secondo Ciucci, intervistato da Repubblica, i general contractors, ossia i grandi costruttori, sono appoggiati dai politici o dai grand commis del ministero e l'Anas è loro ostaggio. 
Si potrebbe eccepire che un ostaggio, al contrario di Ciucci, non riceve ricchi emolumenti e non può dimettersi quando vuole. Ma la questione esiste, e da parecchi governi. II Partito democratico nemmeno era alle viste nel 2003 quando il senatore dell'Ulivo Zanda e i suoi colleghi Paolo Brutti e Anna Donati presentavano la prima interrogazione parlamentare sul "Sistema" che accentra progettazione e direzione lavori delle opere pubbliche nelle mani di un oligopolio. Nell'ultimo decennio giovani e meno giovani leoni dell'ingegneria hanno prosperato. I contraenti generali li nominavano come progettisti o direttori dei lavori, spesso con l'intermediazione interessata di sponsor politici. L'effetto è stato l'asservimento della tecnica al profitto. 
Dalla Legge obiettivo di Berlusconi (2001) il settore è stato lottizzato a vantaggio di imprenditori privati dell'engineering e a scapito delle professionalità interne di società pubbliche come la stessa Anas o l'Iralferr (gruppo Fs) guidata un tempo da Giulio Burchi, un altro indagato di "Sistema". Ha fatto comodo a tutti. Alle imprese di costruzione, che guadagnano con le perizie di variante concesse dalla committenza pubblica su imbeccata dei tecnici. Ai controllori pubblici che, invece di controllare, si sono arricchiti con i collaudi. Ai tecnici che sono nominati dai contraenti generali, che incassano fra lo 0,7 e l'1 per cento dell'importo lavori e che hanno spesso una filiale straniera per smistare il nero. Ai politici, che fabbricano consenso con le inaugurazioni e ricevono favori sotto varie forme, dal versamento estero su estero all'assunzione dei figli, com'è accaduto all'ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. 
Nelle carte dell'inchiesta fiorentina sono citati vari progettisti di primo piano. Alcuni non sono indagati. Nel Sistema non è necessario commettere un reato. Basta che ognuno sappia trovare il suo posto in una lottizzazione dove i grandi hanno un giro d'affari a sette zeri e i meno grandi ricavano comunque 4-5 milioni di euro l'anno.

L'infinita metro C
Di Perotti si è detto che la sua specialità sono le vie ferrate, metropolitane o treni. Con il completamento della linea dell'alta velocità (Torino-Milano-Napoli) la Spm ha allargato il perimetro verso il settore stradale prendendo tre lavori sulla Salerno-Reggio. Tecnico molto apprezzato da Incalza, Perotti ha diretto il macrolotto 2 in Basilicata (200 milioni di euro di extracosti) per conto del consorzio italo-spagnolo Sis guidato da Claudio Dogliani. Con Pizzarotti ha gestito il macrolotto 4h e con la cooperativa Cmc il tratto Atcna Lucana-Sicignano. Poco prima che l'ingegnere romano venisse arrestato, un altro intervento sulla Salerno-Reggio (macrolotto 3.2) ha creato qualche problema alla Spm, con il crollo del viadotto Italia e la morte di un operaio.

Una vera maledizione visto che Spm è subentrata nella direzione lavori dopo l'esclusione di Giuseppe Marascio ingaggiato dalla Technical di Alessandro Mazzi, arrestato per l'inchiesta sul Mose. Marascio, un tempo molto vicino agli ambienti di An e all'ex ministro Matteoli, oggi indagato per il Mose, sta valutando se presentare ricorso contro la decisione dell'Anas attraverso il figlio Francesco, avvocato amministra-tivista e autore di un testo giuridico sulla revisione prezzi nei lavori pubblici con prefazione dello stesso Matteoli. Nel curriculum di Perotti spicca la direzione lavori della tratta Colosseo-San Giovanni della metro C di Roma (Astaldi, Caltagirone, Ansaldo Sts e Lega coop). In ritardo di anni, esplosa nei costi, la Metro C ha una delle commissioni di collaudo più care della storia per un totale di oltre 7 milioni di euro pagati da Roma metropolitane ai tre commissari Giuseppe Ricceri (3,3 milioni), ex presidente del consiglio superiore dei I.avori pubblici e consulente per il Mose, Andrea Monorchio (1,9 milioni di euro), ex Ragioniere generale dello Stato, e Dario Zaninelli (1,9 milioni di euro), citato nell'inchiesta sulla Cricca per la consulenza alla Scuola dei marescialli di Firenze.

Quadri e vigneti
L'ascesa di Perotti è avvenuta quando Antonio Bevilacqua detto Nino, 52 anni, era già il numero uno grazie alla quantità di incarichi accumulati dalle sue società: la Sis e la A&S prima, e oggi l'Italconsult. L'ingegnere palermitano è passato indenne dalla decadenza dei suoi protettori forzisti, dall'ex viceministro dell'Economia Gianfranco Miccichè a Denis Verdini. Per lui c'è stato il sostegno bipartisan di Lupi e del democrat Giuseppe Lumia, mentre il suo riferimento in Anas è Ugo Dibennardo, proconsole della spa pubblica in Sicilia dal 2008 al 2013. Sotto il profilo economico, Bevilacqua è il più forte del settore. Può vantare un fatturato di oltre 30 milioni di euro all'anno con Italconsult. In aggiunta, ha due alleati di peso nell'azionariato. Uno è Intesa, il colosso bancario che Burchi si vantava di rappresentare nel mondo delle infrastrutture lombarde (Teem, Brebemi e Pedemontana). L'altro è Tecnoholding, la società che riunisce le camere di commercio italiane. Appassionato di arte moderna e vitivinicoltore part-time (Terrazze dell'Etna), Bevilacqua è stato nominato presidente del porto di Palermo nel 2001 dal sindaco forzista Diego Cammarata. Si è dimesso nel 2013.

Oltre alla Catania-Siracusa con Pizzarotti, Bevilacqua ha gestito il raddoppio della statale 640, divisa in due lotti da oltre 1,5 miliardi di euro. Nel primo è stato progettista con la Sintel di Giandomenico Monorchio (figlio e Andrea) alla direzione lavori. Nel secondo ha diretto i lavori del consorzio Empedocle (Cmc, Ccc e Tec nis). Oltre alla statale 640, Bevilacqua ha fatto la parte del leone anche con la statale 106 Jonica (Reggio Calabria-Taranto). I maxilotti 1 e 2 sono suoi. Nel maxilotto 3 l'ingegnere siciliano ha soltanto la progettazione mentre la direzione lavori è di Monorchio.

Ci pensa papà
Classe 1970, Monorchio junior ha fondato Sintel engineering nel settembre 1998, tre mesi dopo essersi iscritto all'albo professionale e tre anni prima che il padre iniziasse a occuparsi di lavori pubblici alla guida di Infrastrutture spa (Ispa), la holding di Stato creata nel 2002. Prima di essere assorbita nella Cassa depositi e prestiti (2005), Ispa ha finanziato il Quadrilatero Marche-Umbria, i lotti 2 e 3 dell'A3, l'alta velocità ferroviaria Torino-Milano-Napoli (Sintel ha lavorato sulla Firenze-Bologna) e il Tay Milano-Genova dove la Sintel ha avuto la direzione lavori dal contraente generale Cociv, passato dal controllo del gruppo Gavio a Impregilo-Condotte. Sintel ha inoltre progettato il laboratorio del centro sperimentale dell'Anas a Cesano e l'impiantistica per il nuovo palazzo del cinema di Venezia, mai realizzato ma costato 37 milioni di euro.

Nel settore strade, Monorchio ha avuto la Torino-Novara dalla Sina del gruppo Gavio. A Sud ha diretto i lavori del macrolotto 6 dell'A3 per conto di Impregilio-Condotte. In entrambi i casi, le opere sono andate avanti fra ritardi e spese fuori controllo. Anche peggio è finita sulla Palermo-Agrigento, con lo smottamento del viadotto Scorciavacche. La Sintel era responsabile della direzione lavori con Fulvio Giovannini, rimosso dopo l'incidente su richiesta del presidente dell'Anas. Monorchio ha tentato la carriera politica presentandosi alle ultime comunali di Roma nella lista del collega ingegnere Alfio Marchini. l suoi 537 voti non sono bastati per un seggio.

Transoceanica
Con i suoi 86 anni appena compiuti e una transoceanica in barca a vela portata a termine nel 2010 è il decano del settore. Ma non si limita a navigare e ad esibirsi ai fornelli durante le serate Masterchef al circolo Canottieri Aniene. Dopo che Perotti è stato estromesso dalla direzione lavori sul macrolotto 3.2 della Salerno-Reggio, dove è sprofondato il viadotto Italia, tocca a Beomonte seguire un'opera che in fase di progettazione esecutiva ha già ottenuto un ritocco economico consistente. I lavori sono passati da 425 a 495 milioni di euro. Oltre che con la sua Cilento ingegneria, Beomonte ha spesso collaborato con un'altra primaria società di engineering, la 3Ti di Alfredo Ingletti e Giorgio Casciani. 3Ti ha ricavi superiori ai 20 milioni di euro e ha lavorato sull'A3 (macrolotti 5 e 6), sugli aeroporti di Bologna e di Fiumicino, nei paesi della penisola arabica, in Romania e in Sierra Leone.

FONTE: https://www.eddyburg.it/2015/03/come-arricchirsi-con-luno-per-cento.html

mercoledì 11 ottobre 2017

VIA - Segnalazione cattiva esecuzione nell’ordinamento italiano della direttiva n. 2014/52/UE

Firenze, 9 ottobre 2017

Alla Commissione Europea

Alla Commissione per le petizioni del Parlamento Europeo


Oggetto: segnalazione cattiva esecuzione nell’ordinamento italiano della direttiva n. 2014/52/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 aprile 2014 sulla valutazione di impatto ambientale (V.I.A.).

Il sottoscritto Cardosi Tiziano, per conto di associazione No Tunnel TAV di Firenze, residente a Firenze, in Via Odoardo Beccari, n. 62 (c.a.p. 50126) – posta elettronica notavfirenze@gmail.com , p.e.c. tiziano.cardosi@pec.it ,

PREMESSO CHE

- con decreto legislativo 16 giugno 2017, n. 104, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica (serie generale) n. 156 del 6 luglio 2017, l’Italia ha dato esecuzione alla direttiva n. 2014/52/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 aprile 2014 sulla Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.), che ha modificato e integrato la precedente direttiva n. 2011/92/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 dicembre 2011. Il citato decreto legislativo n, 104/2017 è entrato in vigore il 21 luglio 2017;

- numerose disposizioni del decreto legislativo n. 104/2017 appaiono effetto di una cattiva applicazione della direttiva n. 2014/52/UE e in violazione degli obblighi discendenti dalla medesima.

Precisamente:
  • l’articolo 2, comma 1°, lettera c, del decreto legislativo n. 104/2017 modifica l’art. 5, comma 1°, lettera g, del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. e prevede che il progetto da sottoporre a procedura di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) sia il “progetto di fattibilità” di cui all’articolo 23, comma 6°, del decreto legislativo n. 50/2016 (nuovo Codice degli appalti).                                                                                                                          Come noto, la direttiva n. 2014/52/UE ha fra gli obiettivi il coinvolgimento dell’opinione pubblica e il rafforzamento della qualità delle informazioni rese disponibili durante il processo autorizzativo. Tali obiettivi vengono puntualmente disattesi, perché l’Italia ha determinato un indebolimento della normativa previgente che disponeva la sottoposizione a procedura di V.I.A. del progetto definitivo (articolo 23, comma 1°, del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.). Infatti, il nuovo Codice degli appalti individua, come è consuetudine, tre diversi livelli di progettazione, il progetto di fattibilità equivale al progetto preliminare. Questo significa svolgere la procedura di V.I.A., come già negativamente accaduto per le cosiddette “infrastrutture strategiche” di cui alla legge n. 443/2001 (Legge Obiettivo), in una fase di definizione progettuale generica e incompleta rispetto alla descrizione degli impatti ambientali, con evidenti danni collaterali sociali, ambientali ed economico-finanziari.        L’art. 23, commi 6° e 7°, del decreto legislativo n. 50/2016 così distinguono il progetto di fattibilità dal progetto definitivo:                                                                                                “6. Il progetto di fattibilità è redatto sulla base dell’avvenuto svolgimento di indagini geologiche e geognostiche, di verifiche preventive dell'interesse archeologico, di studi preliminari sull’impatto ambientale e evidenzia, con apposito adeguato elaborato cartografico, le aree impegnate, le relative eventuali fasce di rispetto e le occorrenti misure di salvaguardia; indica, inoltre, le caratteristiche prestazionali, le specifiche funzionali, le esigenze di compensazioni e di mitigazione dell’impatto ambientale, nonché i limiti di spesa dell'infrastruttura da realizzare ad un livello tale da consentire, già in sede di approvazione del progetto medesimo, salvo circostanze imprevedibili, l’individuazione della localizzazione o del tracciato dell’infrastruttura ,nonché delle opere compensative o di mitigazione dell’impatto ambientale e sociale necessarie.                                                                                                    7. Il progetto definitivo individua compiutamente i lavori da realizzare, nel rispetto delle esigenze, dei criteri, dei vincoli, degli indirizzi e delle indicazioni stabiliti dalla stazione appaltante e, ove presente, dal progetto di fattibilità; il progetto definitivo contiene, altresì, tutti gli elementi necessari ai fini del rilascio delle prescritte autorizzazioni e approvazioni, nonché la quantificazione definitiva del limite di spesa per la realizzazione e del relativo cronoprogramma, attraverso l'utilizzo, ove esistenti, dei prezzari predisposti dalle regioni e dalle province autonome territorialmente competenti, di concerto con le articolazioni territoriali del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti”.                                                      Il nuovo Codice degli appalti non contiene alcuna descrizione dettagliata degli elementi necessariamente presenti in un progetto di fattibilità. Per raggiungere gli obiettivi del coinvolgimento dell’opinione pubblica e del rafforzamento della qualità delle informazioni rese disponibili durante il processo autorizzativo la procedura di V.I.A. non può che esser condotta sul progetto definitivo, mentre le sole valutazioni preliminari previste dai nuovi articoli 19 e 21 del decreto legislativo n. 152/2006, come introdotte dal decreto legislativo n. 104/2017, possono essere effettuate sul progetto di fattibilità. Se la procedura di V.I.A. è condotta sul progetto di fattibilità, il Soggetto proponente è autorizzato a fornire elaborazioni tecniche e realizzative approssimative, sottraendo informazioni essenziali al pubblico e ai privati direttamente interessati dalle ricadute dell’opera sul territorio e impegnando l’amministrazione pubblica alla concessione della fondamentale autorizzazione in campo ambientale (bene comune per eccellenza), ottenuta la quale il Soggetto proponente potrà introdurre le ulteriori modifiche, anche sostanziali, che riterrà opportune, con le conseguenti ricadute ambientali;
  • analoghe considerazioni possono esser fatte riguardo l’articolo 8 del decreto legislativo n. 104/2017, che modifica l’art. 19 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. concernente la procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A.: il Soggetto proponente attualmente produce per lo svolgimento della procedura un mero “studio preliminare ambientale” al posto del vero e proprio progetto preliminare o progetto di fattibilità (art. 23, comma 6°, del decreto legislativo n. 50/2016), come previsto dalla previgente normativa. È del tutto evidente come non siano raggiungibili gli obiettivi del coinvolgimento dell’opinione pubblica e del rafforzamento della qualità delle informazioni disposti dal Legislatore comunitario;
  • l’articolo 12, comma 2°, del decreto legislativo n. 104/2017 prevede la Valutazione di Impatto Sanitario per le sole “centrali termiche e altri impianti di combustione con potenza termica superiore a 300 MW”, in palese contrasto con gli obiettivi di cui alla direttiva n. 2014/52/UE (art. 3), che impone una valutazione degli effetti del progetto sulla salute della popolazione in via preminente in tutti i casi e non solo negli impianti sopra una determinata soglia (300 MW);
  • l’articolo 18 del decreto legislativo n. 104/2017 prevede la sostituzione del previgente art. 29 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. in tema di sanzioni per violazioni varie della disciplina sulla V.I.A. e sulla verifica di assoggettabilità a V.I.A.                                        Esso viola pesantemente principi e obiettivi della direttiva n. 2014/52/UE in quanto permette “nel caso di progetti realizzati senza la previa sottoposizione al procedimento di verifica di assoggettabilità a VIA, al procedimento di VIA ovvero al procedimento unico di cui all'articolo 27 o di cui all'articolo 27-bis, in violazione delle disposizioni … ovvero in caso di annullamento in sede giurisdizionale o in autotutela dei provvedimenti di verifica di assoggettabilità a VIA o dei provvedimenti di VIA relativi a un progetto già realizzato o in corso di realizzazione alla “autorità competente” di “consentire la prosecuzione dei lavori o delle attività previa la considerazione discrezionale dell’esistenza dei “termini di sicurezza con riguardo agli eventuali rischi sanitari, ambientali o per il patrimonio culturale”.            Si tratta del palese svuotamento degli obiettivi della normativa comunitaria che impone, in particolare con l’art. 10 bis della direttiva n.2011/92/UE come integrata dalla direttiva n. 2014/52/UE che testualmente afferma: “Gli Stati membri determinano le regole per le sanzioni da applicare in caso di violazione delle disposizioni nazionali adottate ai sensi della presente direttiva. Tali sanzioni sono effettive, proporzionate e dissuasive”, nonché con il successivo art. 11 relativo alle procedure amministrative e giurisdizionali di valutazione della legittimità del procedimento e i conseguenti provvedimenti.
PERTANTO SEGNALA

alle SS.LL., ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 226 (258 della versione consolidata) e 227 del Trattato CE (TFUE), affinché la Commissione Europea e la Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo, possano valutare se, in quanto risultante dagli opportuni accertamenti, si ravvisino eventuali violazioni della normativa comunitaria, in particolare riguardo la direttiva n. 2011/92/UE come integrata e modificata dalla direttiva n. 2014/52/UE sulla valutazione di impatto ambientale.

Si ringrazia per l’attenzione.

Tiziano Cardosi

giovedì 13 luglio 2017

Ambiente, l’emergenza c’è ma non nelle agende dei governi

Clima. Si dovrebbe investire nel risanamento del territorio, ma l’esecutivo a matrice renziana è quello dell’iperconsumo di suolo, della Legge Obiettivo e degli «Sblocca Italia»


Le «ondate di calore» – le successive «bombe d’acqua», ovvero le precipitazioni iperconcentrate che interrompono bruscamente le fasi di alta temperatura e siccità, disastrando però ulteriormente i già stressantissimi ecosistemi territoriali – sarebbero poco rilevanti se fossero delle vicende occasionali. Purtroppo sono diventati la quasi normalità, con accelerazioni che trovano conferma ai livelli più autorevoli: gli scienziati del gruppo IPCC/UNEP che osservano i cambiamenti climatici, i quali stanno seguitando a ricordare come i tempi già previsti per l’arrivo di eventi disastrosi «tanto frequenti da diventare normali», stiano registrando tremendi accorciamenti; per cui potrebbe accadere tra pochi anni – o addirittura mesi – quanto era previsto nel prossimo trentennio.
A fronte di questo si registrano dichiarazioni (fintamente) preoccupate. E sostanzialmente poco altro. Di fatto i problemi vengono lasciati alle comunità e istituzioni territoriali colpite. Salvo le rituali dichiarazioni «d’emergenza», cui seguono stanziamenti di solito modesti rispetto ai danni.
Stiamo affrontando una questione talmente grande ed epocale da richiedere svolte drastiche, una nuova programmazione nazionale e comunitaria, nonché una riscrittura degli impianti delle leggi di bilancio. Insomma politiche completamente nuove. Colpiscono invece le dichiarazioni di questi giorni: «Noi e l’Europa non siamo come Trump!», e che si rivendichi il rispetto degli accordi di Parigi, e delle altre direttive internazionali già stipulate su ambiente e clima.
Al di là delle declaratorie; e dell’attesa di provvedimenti tanto ampi da rasentare l’astrattezza, che tra l’altro «non dipendono solo da noi», si potrebbe investire subito nel risanare il territorio che riceve le ricadute della crisi ecologica. Ma l’esecutivo a matrice renziana è tuttora quello della logica dell’iperconsumo di suolo, della Legge Obiettivo, abrogata ma vigente tuttora per moltissime opere, e per il resto integrata dai vari provvedimenti «Sblocca Italia» o simili. Mentre si profila già la nuova «Mini IRI» , la superstazione appaltante fusione dalle due aziende cui negli scorsi anni si sono regalati centinaia di miliardi pubblici, Ferrovie e ANAS, oggi gestite da renziani di provata fede.
Peraltro le governance ai diversi livelli si adoperano ogni giorno per aggirare i vincoli territoriali e paesaggistici prescritti da norme e piani. È di qualche giorno fa l’inaugurazione dell’ultima cattedrale nel deserto di Afragola: la stazione alta velocità già sotto inchiesta della magistratura, anche per l’aggiramento o l’obliterazione di qualsiasi regola o valutazione urbanistica e ambientale (a parte il rischio di infiltrazioni criminali). È l’ennesima megastruttura fallimentare nel rapporto costi/benefici, oltre che ecologicamente disastrosa. Che chiude la serie inaugurata dalla «Grande Tiburtina» (vi è già capitato di andarci e trovare un deserto di cemento?) o della stazione medio-padana, in piena campagna reggiana. Sfasci economici e ambientali, ma grandi affari, perfettamente rispondenti ai dettami di un’economia e di una politica «finanziarizzate».
Laddove invece servirebbero svolte drastiche, di definanziarizzazione «delle scelte» e di territorializzazione delle azioni di riassetto sociale. Tra le icone dei problemi di oggi proprio la Toscana dei renziani in declino anche per la pesante rottura a sinistra del presidente della regione Enrico Rossi (interlocutore frequente del giornale): le spaccature politiche hanno comportato qualche svolta nelle azioni ambientali o territoriali? Macché; tutto come prima. È quotidiano l’attacco al Piano Territoriale e Paesaggistico, redatto dalla precedente amministrazione dello stesso Rossi, grazie soprattutto al lavoro dell’allora assessore al territorio, Anna Marson, con il contributo delle università locali. Si seguita, anzi si pretende di rilanciare le grandi opere che hanno messo in crisi le istanze di mobilità sostenibilità sostenibile, e di riqualificazione ecologica dell’area fiorentina: il nuovo aeroporto – che tra l’altro con le stesse prescrizioni del ministero dell’Ambiente diventa progetto pressoché irrealizzabile – e l’inceneritore della Piana, tanto inquinante quanto obsoleto.
Nonostante le pretese di Mdp di fondersi con il Campo di Pisapia, per cui ambiente e sostenibilità sarebbero «irrinunciabili», non si è ancora cancellato neppure il disastroso progetto del sottoattraversamento ad alta velocità di Firenze. Che, al di là dei disastri ambientali e delle inchieste giudiziarie per cui è sempre fermo, è reso palesemente inutile dalle stesse Ferrovie, che chiariscono che la stazione AV di Firenze era e resta Santa Maria Novella; cui si accede agevolmente in superficie, viste le nuove tecnologie. A proposito di direttive sulla sostenibilità e agli accordi di Parigi, va sottolineato che questo progetto, oltre agli impatti sul sottosuolo fiorentino, prevede cantieri che per una decina d’anni consumerebbero acqua ed energia quanto una cittadina di 500 persone! Su questi temi sarebbero graditi, per una sinistra vera, atti concreti e non chiacchiere.
La definanziarizzazione dell’economia (e della politica) dovrebbe comportare un riassetto sociale basato sulle caratteristiche ecologiche dei contesti territoriali. Come un grande studioso dei distretti locali e industriali, Giacomo Becattini, ha indicato nel suo ultimo libro, «La coscienza dei luoghi». Il Belpaese potrebbe essere rilanciato dalle produzioni dei beni della terra, materiali (agricoltura) e immateriali (storia, cultura, arte, paesaggi). Da qui si potrebbero trarre anche le regole per le nuove ecosmart city. Ovvero i criteri per il rinnovo urbano e per la riconversione ecologica e tecnologica delle produzioni industriali.
La riqualificazione di città e territori – per cui esistono oggi solo progetti pilota – è centrale in questo programma: che prevede riorganizzazione idrogeologica e difesa da eventi meteo climatici esasperati nel breve periodo (resilienza eco territoriale: su questo il Comune di Bologna, sotto la guida dell’ex assessore e docente di urbanistica, Patrizia Gabellini, ha redatto un piano «di adattamento climatico» assai interessante); riassetto dei sistemi paesistici e degli habitat, blocco del consumo di suolo e riuso dell’enorme patrimonio edilizio inutilizzato per le domande sociali degli abitanti vecchi e nuovi, con ripresa delle economie ecologiche anche nelle aree interne, nel periodo medio-lungo. In questo quadro, andrebbe incrementata anche la ricerca ambientale, specie pubblica. Invece si prevede di spendere un sacco di soldi per Human TecnoPole, gestito dalla privata IIT, e per istituire le scandalose «cattedre Natta», controllate dall’esecutivo. Mentre si tagliano gli investimenti alla comunità scientifica e ricerca rischia di chiudere il benememerito ISPRA (Protezione e Ricerca Ambientale), con il licenziamento di quasi mille esperti del settore. Forse in realtà vogliamo proprio alimentare la crisi ambientale.

fonte: IL MANIFESTO: https://ilmanifesto.it/ambiente-lemergenza-ce-ma-non-nelle-agende-dei-governi/

giovedì 13 aprile 2017

No al pessimo recepimento della nuova direttiva sulla valutazione di impatto ambientale!

simulazione posa gasdotto (Studio Newton, Fano)
Gli Ambientalisti sul DLgs sulla Valutazione di Impatto Ambientale trasmesso alle Camere
PROCEDURE AUTORIZZATIVE POCO TRASPARENTI E CITTADINI DISINFORMATI
IL GOVERNO SPOSA IL MODELLO OPACO E DANNOSO DELLA LEGGE OBIETTIVO
Il Governo aveva assunto il solenne impegno di chiudere con le opache procedure accelerate e semplificate derivanti dalle legge Obiettivo, che tanti danni hanno creato alle casse dello Stato e all’ambiente, e invece torna a riproporle, estendendole, non più solo alle infrastrutture strategiche, ma a tutte le opere. La denuncia viene da 19 associazioni ambientaliste riconosciute che mettono sotto accusa lo schema di decreto legislativo di (contro) riforma della VIA (Atto di Governo n. 401), che il Governo ha trasmesso a metà marzo e su cui le Commissioni Ambiente di Camere e Senato si esprimeranno con un parere entro il 25 aprile. Le associazioni chiedono un radicale ripensamento che assicuri maggiore trasparenza e partecipazione del pubblico e degli enti locali e si domandano come mai il Ministero dell’Ambiente non abbia mai aperto un tavolo di confronto tecnico sulla nuova normativa con le organizzazioni della società civile.
Portoscuso, centrale eolica
Le 19 associazioni ambientaliste riconosciute – che hanno chiesto già audizioni ai presidenti delle due Commissioni Ermete Realacci alla Camera e Giuseppe Francesco Marinello al Senato – scrivono oggi al Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti sottolineando come venga tradito lo spirito della Direttiva 2014/52/UE che l’AG n. 401  intende recepire che intende meglio chiarire e rafforzare i capisaldi della procedura di VIA per renderla più trasparente, tramite un rafforzamento della qualità delle informazioni rese disponibili al pubblico per favorirne la sua partecipazione.
“Numerose modifiche vanno esattamente nella direzione opposta: non fornire informazioni adeguate e complete al pubblico, né garantire la sua effettiva partecipazione, rendendo più opaca, approssimativa e fallace la nuova procedura, rispetto a quella vigente, favorendo, ogni volta che sia possibile, il proponente il progetto”, fanno notare le associazioni ambientaliste nelle loro Osservazioni trasmesse oggi al Ministro Galletti e nei giorni scorsi al Parlamento.
Nella lettera le associazioni ambientaliste rilevano: “Il modello seguito nell’AG n. 401 nella modifica delle procedure di VIA vigenti ricalca per molti versi l’impostazione dalla normativa speciale per le infrastrutture strategiche derivante dalla legge Obiettivo, che sia la legge delega 11/2016, che il nuovo Codice Appalti (DLgs n. 50/2016 hanno inteso espressamente superare considerati i danni provocati dal 2001 al 2015 – come è stato ricordato a suo tempo dal Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio e dal presidente dell’ANAC, Raffaele Cantone -.”
centrale fotovoltaica
Tra le numerose modifiche peggiorative le associazioni contestano: “la scelta contenuta nell’AG n. 401 di effettuare la valutazione di impatto ambientale sul progetto di fattibilità, invece che su quello definitivo, con un blando monitoraggio delle condizioni ambientali contenute nel provvedimento di VIA nelle fasi successive di progettazione, sottrae informazioni fondamentali al pubblico (sul dettaglio tecnico del progetto e sugli impatti sull’ambiente e sulle aree a vario titolo vincolate) e impegna, con un primo atto autorizzativo, l’amministrazione pubblica competente nei confronti del proponente con il rischio concreto (come è avvenuto nei 15 anni di applicazione della legge Obiettivo) che si abbiano variazioni, anche sostanziali, del progetto, dei relative impatti ambientali e delle misure di compensazione e mitigazione necessarie. Variazioni che fanno lievitare i costi delle opere provocando un danno erariale allo Stato, nonché danni all’ambiente e alla comunità. Per questo le associazioni ambientaliste chiedono nella loro lettera al Ministro del’Ambiente un serio e radicale ripensamento su molte delle disposizioni dell’AG n. 401 che, invece di costituire quel passo avanti, atteso e perseguito dal legislatore comunitario, costituiscono un passo indietro anche rispetto allo stesso testo vigente del DLgs n. 152/2006 (Testo Unico sull’Ambiente).
Accademia Kronos    Associazione Ambiente e Lavoro     CTS     ENPA     FAI    
Federazione Pro Natura     FIAB   Geeenpeace Italia    Gruppo di Intervento Giuridico onlus     
Gruppi di Ricerca Ecologica    Italia Nostra    Legambiente    LIPU     Marevivo    
Mountain Wilderness     Rangers d’Italia     SIGEA    VAS     WWF
Maremma, bosco
questa è la lettera inviata il 12 aprile 2017 al Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti e, per conoscenza, al Ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio e al Presidente dell’A.N.A.C. Raffaele Cantone.
Oggetto: richiesta di un radicale ripensamento dell’AG n. 401 – Riforma della procedura di VIA
Egregio Ministro Galletti,
Le scriventi associazioni sono costrette a rilevare che nel pur positivo recepimento, per vari aspetti, della Direttiva 2014/52/UE non si è inteso con l’AG n. 401 trasporre nell’ordinamento italiano fedelmente gli obiettivi di fondo della modifica normativa comunitaria, tesa a meglio chiarire e rafforzare i capisaldi della procedura di VIA per renderla più trasparente, tramite un rafforzamento della qualità delle informazioni rese disponibili al pubblico per favorirne la sua partecipazione.
Numerose modifiche vanno esattamente nella direzione opposta: non fornire informazioni adeguate e complete al pubblico, né garantire la sua effettiva partecipazione, rendendo più opaca, approssimativa e fallace la nuova procedura, rispetto a quella vigente, favorendo, ogni volta che sia possibile, il proponente il progetto.
Il modello seguito nell’AG n. 401 nella modifica delle procedure di VIA vigenti ricalca per molti versi l’impostazione dalla normativa speciale per le infrastrutture strategiche derivante dalla legge Obiettivo, ricompresa nel vecchio Codice Appalti (DLgs n. 163/2006), che sia la legge delega 11/2016, che il nuovo Codice Appalti (DLgs n. 50/2016) hanno inteso espressamente superare considerati i danni provocati dal 2001 al 2015 – come è stato ricordato a suo tempo dal Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio e dal presidente dell’ANAC, Raffaele Cantone -.
In particolare, la scelta contenuta nell’AG n. 401 di effettuare la valutazione di impatto ambientale sul progetto di fattibilità, invece che su quello definitivo, con un blando monitoraggio delle condizioni ambientali contenute nel provvedimento di VIA nelle fasi successive di progettazione, sottrae informazioni fondamentali al pubblico (sul dettaglio tecnico del progetto e sugli impatti sull’ambiente e sulle aree a vario titolo vincolate) e impegna, con un primo atto autorizzativo, l’amministrazione pubblica competente nei confronti del proponente con il rischio concreto (come è avvenuto nei 15 anni di applicazione della legge Obiettivo) che si abbiano variazioni, anche sostanziali, del progetto, dei relative impatti ambientali e delle misure di compensazione e mitigazione necessarie. Variazioni che fanno lievitare i costi delle opere provocando un danno erariale allo Stato, nonché danni all’ambiente e alla comunità.
Noi chiediamo a questo Ministero (trasmettendo in allegato il documento con le puntuali e numerose richieste di modifica all’AG n. 401, già inviato alle Commissioni parlamentari competenti) un serio e radicale ripensamento su molte delle disposizioni dell’AG n. 401 che, invece di costituire quel passo avanti, atteso e perseguito dal legislatore comunitario, costituiscono un passo indietro anche rispetto allo stesso testo vigente del DLgs n. 152/2006 (Testo Unico sull’Ambiente).
Per questi motivi, rimarcando come questo Ministero incomprensibilmente non abbia aperto per tempo alcun tavolo di confronto con le Associazioni nazionali riconosciute che rappresentiamo, auspichiamo una risposta ufficiale e urgente a questa nostra richiesta, rilevando come l’impostazione attuale dell’AG n. 401 non consente né di indirizzare gli interventi verso le migliori soluzioni, né di contenere più semplicemente le ricadute sull’ambiente degli interventi, marginalizzando lo stesso ruolo del Ministero.
Distinti saluti,
i Presidenti delle Associazioni ambientaliste riconosciute
Alghero, costa di Punta Cristallo
questa è la lettera inviata il 12 aprile 2017 ai Presidenti e agli Assessori all’Ambiente delle Regioni e Province autonome
Oggetto: radicale ripensamento dell’AG n. 401 – Riforma della procedura di VIA
Gentile Presidente, Gentile Assessore,
come sapete il Governo ha trasmesso a metà marzo alle Commissioni Ambiente di Camere e Senato lo schema di decreto legislativo di recepimento della Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale (AG n. 401) e che entro il 25 aprile le Commissioni Ambiente di camera e Senato dovranno rendere un parere, come anche dovrà fare la Conferenza Stato Regioni.
Ci preme informarvi che le sottoscritte associazioni ambientaliste riconosciute valutano che con l’AG n. 401 il Governo non abbia inteso trasporre fedelmente nell’ordinamento italiano gli obiettivi di fondo della modifica normativa comunitaria, tesa a meglio chiarire i capisaldi della procedura di VIA per renderla più trasparente, tramite un rafforzamento della qualità delle informazioni rese disponibili al pubblico per favorirne la sua partecipazione.
Numerose modifiche alla normativa vigente (DLgs n. 152/2006 – Testo Unico sull’Ambiente) vanno esattamente nella direzione opposta: non fornire informazioni adeguate e complete al pubblico, né garantire la sua effettiva partecipazione, rendendo più opaca, approssimativa e fallace la nuova procedura, rispetto a quella vigente, favorendo, ogni volta che sia possibile, il proponente il progetto.
Il modello seguito nell’AG n. 401 nella modifica delle procedure di VIA vigenti ricalca per molti versi l’impostazione dirigistica nazionale dalla normativa speciale per le infrastrutture strategiche derivante dalla legge Obiettivo, ricompresa nel vecchio Codice Appalti (DLgs n. 163/2006), che sia la legge delega 11/2016, che il nuovo Codice Appalti (DLgs n. 50/2016) hanno inteso espressamente superare considerati i danni provocati dal 2001 al 2015 – come è stato ricordato a suo tempo dal Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio e dal presidente dell’ANAC, Raffaele Cantone -.
In particolare, la scelta contenuta nell’AG n. 401 di effettuare la valutazione di impatto ambientale sul progetto di fattibilità, invece che su quello definitivo, con un blando monitoraggio delle condizioni ambientali contenute nel provvedimento di VIA nelle fasi successive di progettazione, sottrae informazioni fondamentali al pubblico (sul dettaglio tecnico del progetto e sugli impatti sull’ambiente e sulle aree a vario titolo vincolate) e impegna, con un primo atto autorizzativo, l’amministrazione pubblica competente nei confronti del proponente con il rischio concreto (come è avvenuto nei 15 anni di applicazione della legge Obiettivo) che si abbiano variazioni, anche sostanziali, del progetto, dei relative impatti ambientali e delle misure di compensazione e mitigazione necessarie. Variazioni che fanno lievitare i costi delle opere provocando un danno erariale allo Stato, nonché danni all’ambiente e alla comunità.
Le nostre associazioni hanno chiesto al Ministero dell’Ambiente (trasmettendo il documento con le puntuali e numerose richieste di modifica all’AG n. 401, già inviato alle Commissioni parlamentari competenti) un serio e radicale ripensamento su molte delle disposizioni dell’AG n. 401 che, invece di costituire quel passo avanti, atteso e perseguito dal legislatore comunitario, costituiscono, a nostro avviso, un passo indietro anche rispetto allo stesso testo vigente del DLgs n. 152/2006 (Testo Unico sull’Ambiente).
Immaginiamo che le Regioni focalizzeranno le proprie critiche sulla avocazione allo Stato di competenze relative alla procedura di VIA, ma crediamo che ci possa essere una significativa convergenza sulle principali richieste di modifica da noi sollevate in vista del parere che la Conferenza Stato-Regioni dovrà dare sullo schema di decreto legislativo n. 401, ai sensi dell’art. 2, comma 3, d.lgs. 28 agosto 1997, n. 281.
Chiediamo alle Regioni – come già è avvenuto sui provvedimenti riguardanti le attività di prospezione, ricerca e coltivazione in mare degli idrocarburi e gli inceneritori – di far valere le ragioni dell’ambiente e di darci un riscontro sulla condivisione degli obiettivi e delle modifiche da noi richieste nel documento allegato.
Distinti saluti,
i Presidenti delle Associazioni ambientaliste riconosciute


qui il testo coordinato delle direttive sulla V.I.A. – direttiva n. 2014/52/UE di integrazione e modifica della direttiva n. 2011/92/UE sulla valutazione di impatto ambientale

giovedì 3 novembre 2016

Appalti «diabolici» come e più di prima. Inutile l’Anac di Cantone

Grandi Opere. Gli ultimi scandali nel settore dimostrano che l'Autorità anti-corruzione così com'è non serve


  
Non sorprende l’ennesimo scandalo sulle Grandi Opere. È un settore che necessiterebbe di una radicale bonifica politica, gestionale e normativa; ma in cui – al di là della formale abrogazione della “criminogena” Legge Obiettivo – tutto prosegue come e più di prima. Confermando anche la sostanziale inutilità – o peggio la funzione di “foglia di fico” – dell’Anac, l’Autorità nazionale anti-corruzione diretta da Raffaele Cantone.

Il comparto è infatti controllato da un oligopolio di imprese, banche e finanziarie infiltrato da associazionismi speculativi di tutti i tipi, che assume l’appalto di un’opera, consorziandosi, con alternanza tra grandi imprese per la direzione. E quindi – ancora con i meccanismi della legge Obiettivo – mette in piedi un meccanismo in grado di decidere quasi tutto, nonché di attrarre ingenti flussi di capitale, disponendo così di un immenso potere di condizionamento su politica e enti locali; fino alla capacità di imporre anche la più inutile e dannosa delle opere.
Spesso poi la necessità di abbattere tempi e costi aggiunge il sovramercato della cattiva progettazione e dell’ipersemplificazione illecita delle procedure. Valutazioni d’impatto ambientale (Via) inesistenti o fasulle; vincoli paesaggistici ignorati; o si «semplificano o simulano» le conferenze dei servizi. Un quadro di illegalità diffusa in cui, oltre a comandare la corruttela, si favorisce l’infiltrazione di mafia e ’ndrangheta.

Come dimostrano diverse inchieste giudiziarie, figure «affidabili» per il sistema assumono posti-chiave e quindi impongono decisioni, anche anomale e bizzarre. In non pochi casi pezzi di opere – o gli interi manufatti – sono decise da «accordi diabolici», con determinazioni condizionanti per la governance. Come nel caso del sottoattraversamento Tav di Firenze, di cui Ferrovie ammette finalmente l’inutilità e gli impatti, prospettando un nuovo progetto di superficie; ma senza cancellare il tunnel sotto il centro storico: uno spreco e un regalone alle lobby degli escavatori.

Il nuovo Codice degli Appalti doveva segnare una svolta, anche per il previsto ritorno alla pianificazione; ma è bloccato dalla mancanza dei molti provvedimenti attuativi. Continua invece a imperversare «l’eterna emergenza» che facilita sprechi, corruttele e criminalità alimentato – oltre che dalla «sopravvivenza» della Legge Obiettivo – dallo Sblocca Italia e del Decreto Madia. Materia su cui un’eventuale vittoria del Sì al referendum accentuerebbe confusione e distorsioni.

I casi di questi giorni (L’AV Milano-Genova, il People Mover di Pisa e l’eterna Salerno-Reggio Calabria, i cui lavori non finiranno, ma s’interromperanno a fine anno, con parata governativa di copertura dell’imbroglio), compreso ciò che la procura di Reggio Calabria ha rilevato su Expo nell’ambito di varie inchieste di ‘ndrangheta («oltre il 70% dei lavori eseguito da quel tipo di impresa»), dimostrano che l’Anac o si cambia o si chiude. Così com’è è inutile, anche per il suo clamoroso sottodimensionamento: ha accettato compiti e funzioni che avrebbero bisogno di 10 mila addetti. Certo, copre con dichiarazioni d’intenti e azioni inefficaci la prosecuzione di sprechi e corruttele. Anche le minacce di «commissariare» le opere crediamo facciano ridere gli interessati: come nel caso dell’Expo, l’eventuale commissario si trova a «lavorare con i soliti»,con l’esclusione magari di qualche dirigente «troppo esposto».

Specie quando un’opera – in tutto o in parte – è stata decisa per favorire determinate presenze, e in genere quando si deve davvero “bonificare” – l’unica strada è costituita dall’interruzione dei flussi di denaro; ovvero dell’annullamento dei contratti e dei relativi appalti.

FONTE IL MANIFESTO: http://ilmanifesto.info/appalti-diabolici-come-e-piu-di-prima-inutile-lanac-di-cantone/

giovedì 4 agosto 2016

TAV:IDRA DA CANTONE “CI DA’ RAGIONE MA HA POCHI POTERI”

idra

🔈Una delegazione dell’associazione ecologista fiorentina Idra è stata ricevuta in audizione ieri a Roma dal presidente dell’ANAC, l’autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.

L’autorità, che aveva aperto sul nodo alta velocità di Firenze un istruttoria  a seguito degli esposti trasmessi da Idra nell’estate del 2014, ha reso note a Luglio 2015 le prime risultanze della propria attività di verifica (deliberazione 61 del 2015), dopo aver assunto una netta posizione – costituendosi parte civile – nel procedimento penale apertosi a Maggio 2015 a Firenze sulla gestione degli appalti per l’Alta Velocità nella città cara all’Unesco, dove gravi imputazioni sono contestate sulla scorta dell’inchiesta sui lavori di sottoattraversamento avviata dalla Direzione Distrettuale Antimafia.
Preso atto del mancato superamento di talune delle situazioni di criticità rilevate in sede di deliberazione, l’ANAC ha trasmesso lo scorso Marzo anche alla Procura Regionale della Corte dei Conti presso la sezione giurisdizionale per la Toscana la segnalazione delle criticità rilevate.
“Uno dei limiti che abbiamo riscontrato anche nell’incontro di ieri con Cantone è che nonostante lui abbia denunciato tutte queste anomalie non se ne viene comunque a capo” ha dichiarato il presidente di Idra Girolamo dell’Olio, lamentando il fatto che “l’autorità sembra prigioniera di meccanismi burocratici che non le permettono di fare altro che stigmatizzare.”
Dell’Olio si è detto rattristato di come nonostante Cantone sarebbe a sua detta cosciente del fatto che il caso di Firenze sia “paradigmatico del peggio che si può fare in Italia” e si sia dimostrato sostanzialmente d’accordo con le valutazioni globali dell’associazione, abbia comunque le mani legate. “Chi fa determinate cose appare prigioniero di un meccanismo che non lo può fare andare più in la ” ha ribadito il presidente.
Esito negativo anche per quanto riguarda la richiesta, ribadita più volte, da parte dell’associazione di far sparire la figura del general contractor “Non ha potuto darci soddisfazione nella richiesta che siamo tornati a fare, quella che scompaia definitivamente la figura del  contraente generale. Su questo ha detto che non si può fare niente” ha affermato dell’Olio a riguardo.
I passi futuri in direzione di una svolta alla situazione dell’alta velocità, definita sostanzialmente un “falso mito” basato su tecnologie esistenti da decenni, secondo l’esponente di Idra, non dovranno comprendere rivisitazioni del progetto già esistente, ma “marcare una differenza di metodo, approccio sostanziale. Si parla di riconversione.”
“Non vogliamo che si cambi tutto perché non si cambi nulla.” ha concluso.
Ascolta l’intervista a Girolamo dell’Olio a cura di Raffaele Palumbo