Associazione Ambientalista a carattere volontario ed apartitica, che si configura quale associazione di fatto. Essa non ha alcuna finalità di lucro. L’area di svolgimento delle attività dell’Associazione è delimitata ai comuni della Valdisieve.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

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giovedì 16 giugno 2022

di Sergio Costa - Inceneritori e ETS

31 maggio 2022

L’Emission Trading System (EU-ETS) è il Sistema Europeo (più Islanda, Liechtenstein e Norvegia) di contrasto economico al mutamento climatico che coinvolge tutte le attività produttive che emettono gas climalteranti. In sostanza, le attività pericolose per il clima devono pagare per continuare a produrre. Ciò fu pensato dalla UE per scoraggiare le attività inquinanti e indirizzarle verso una conversione green.

I settori produttivi interessati sono quelli che emettono:

- CO2 (anidride carbonica), come le raffinerie, acciaierie, cemento, calce, prodotti chimici, ecc… ;
- NO e NO2 (ossidi di azoto), come le attività che producono acido nitrico o gliossilico, ecc…;
- PFC (perfluorocarburi), come per la produzione di alluminio.
Pochi giorni fa, la Commissione Ambiente del Parlamento Europeo ha stabilito che dal 2026 gli inceneritori di rifiuti dovranno pagare le quote di inquinamento da gas climalteranti, perché non sono ecologici.
La decisione adesso dovrà essere votata dal Parlamento europeo (si stima che avrà il via libera) e diventerà la base dei negoziati da condurre con il Consiglio Europeo per giungere a definizione completa.
Tale decisione, che io da ministro avevo sollecitato più volte, obbligherà i titolari degli inceneritori ad acquistare crediti di emissione per ogni tonnellata di gas climalterante emesso. Ciò renderà meno appetitoso per le lobbies l’incenerimento dei rifiuti domestici.
Accertato, dunque, che gli inceneritori non sono ecologici (con buona pace di chi afferma il contrario) è questo il momento per il Governo ed il Parlamento nazionale di applicare seri sgravi fiscali a favore della riduzione, riciclo, riutilizzo e reimpiego dei rifiuti accelerando verso il vero green. Se non ora, quando?
Chi ancora propone l’incenerimento è sempre più fuori dal tempo e non sta costruendo il futuro, ma riproponendo vecchi schemi black non sostenibili.

Sergio Costa

martedì 17 maggio 2022

Dal blog di Valdisieve in Transizione: Inceneritore a roma: non ci resta che piangere

 

Una mattina mi son svegliato e ho trovato, come Benigni e Troisi, che si era in un’altra epoca.

Quella in cui si costruivano ancora quelle strutture inquinanti e distruttrici di risorse che qualcuno si ostina a chiamare termovalorizzatori. In realtà essi non termo-valorizzano proprio nulla. E’ infatti dimostrato che una selezione più raffinata del rifiuto residuo (RUR), finalizzata al recupero di materia, produrrebbe, tramite il riciclo dei materiali ripescati, un maggiore rendimento energetico di quanto se ne produrrebbe bruciandoli. E’ anche noto che il rendimento energetico lordo degli inceneritori è complessivamente di circa il 24%, e che questi abbisognano di immissione di metano per funzionare correttamente, un rendimento davvero molto basso, che non giustifica lo spreco di materia.

Gli inceneritori producono emissioni climalteranti di origine fossile in misura minore solo al carbone, in misura maggiore al metano, all’intero comparto termoelettrico e anche ai prodotti petroliferi. L’impronta di carbonio dell’incenerimento è tra i 650 e gli 800 grammi di anidride carbonica fossile per ogni kWh prodotto, quello medio di produzione energetica europea è oggi di circa 250. Dovremmo chiamarlo piuttosto “termoSvalorizzatore”.

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Inoltre, ancora prima di arrivare alla selezione del rifiuto residuo, la normativa UE indica una gerarchia ben precisa di azioni per la gestione dei rifiuti, che mette al primo posto: prevenzione alla produzione, riuso e riciclo, e solo agli ultimi due posti si trovano il recupero energetico e lo smaltimento. Cosa sta facendo, pensa di fare, farà Gualtieri riguardo alle azioni descritte ai primi tre?

L’inceneritore di Roma brucerà, irrimediabilmente, 600.000 tonnellate di rifiuto all’anno. Auguri ai residenti dei comuni limitrofi che si troveranno scaricate, in un’area molto densamente popolata, tonnellate di emissioni nocive, e non elencheremo qui tutti i veleni, ben conosciuti, e le loro conseguenze, altrettanto ben conosciute. Quasi un terzo di quelle 600.000 tonnellate ogni anno finirà in discarica come scorie e ceneri, in parte pericolose. Gualtieri sa già dove le metterà? Complimenti per una soluzione che avrebbe dovuto “diminuire” gli smaltimenti in discarica. Gli altri due terzi finiranno nell’aria, sui campi, negli orti, nei polmoni, sui panni del bucato. Lasciamo perdere i filtri. Non filtrano tutto. E ogni tanto vanno puliti, sostituiti e le scorie smaltite. In conclusione, se entrano 600.000 tonnellate, 600.000 ne escono. Non c’è alternativa. E non ci sfugge che dentro a quel rifiuto, non tanto residuo, ci sono tanti materiali, che, ora più che mai, sono diventati rari e preziosi. 

Secondo i dati ISPRA 2020 il comune di Roma ha il 43,75% di raccolta differenziata (RD). Si può sicuramente fare meglio. Secondo il Piano Regionale Gestione Rifiuti (PRGR) della Regione Lazio, approvato nel 2020, uno degli obiettivi da raggiungere è il 70% di RD per tutta la Regione nel 2025. Forse il Piano poteva essere un po’ più ambizioso, visto che che le Direttive Europee sull’Economia Circolare superano la raccolta differenziata fine a se stessa e per il 2030 chiedono l’effettivo riciclo del 70% per gli imballaggi e del 60% sui rifiuti urbani. E comunque, in quel Piano, già con quegli obiettivi, non si prevede un inceneritore per Roma.

La soluzione migliore per Roma, la più efficace per garantire un’effettiva riduzione e differenziazione dei rifiuti, rimane l’estensione, su tutto il territorio, della raccolta  Porta a Porta, come fa una piccola città come Milano. AMA non ha nulla di meno di altri gestori e i romani hanno  due mani come tutti gli altri e siamo certi che vorrebbero usarle per avere una città migliore.

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Fatte tutte le azioni sopra elencate rimarrebbe comunque del rifiuto residuo, ma in quantità più contenuta. E, come si diceva all’inizio, se ne potrebbe fare una selezione più raffinata. Nello stesso PRGR si dice in più punti che la dotazione di impianti per la selezione del rifiuto residuo (TMB) è ampiamente insufficiente per l’area di Roma Capitale, ma che la dotazione regionale è nel complesso sufficiente, solo che alcuni impianti sono sotto utilizzati. Quindi che si fa? Si bruciano materiali riciclabili, sempre più preziosi?

Gli impianti TMB esistenti sono attualmente finalizzati, alla stabilizzazione per la discarica o alla produzione di Combustibile Solido Secondario (CSS), la cui destinazione è l’incenerimento.  Se venissero rinnovati, così come indicato dal PRGR, e trasformati in impianti di nuova generazione, basati su tecnologie avanzate di selezione e recupero di materiali, potrebbero ulteriormente ridurre il rifiuto romano residuo, la cui quantità, alla fine, potrebbe risultare inferiore a quella costituita dalle ceneri che l’inceneritore produrrà. E allora perché spendere tanti soldi per costruirlo e non utilizzarne molti meno per adeguare gli impianti di selezione? Costruire un inceneritore è una scelta, non una necessità. A favore di chi?

Una mattina mi sono svegliato e ho trovato che il nostro Presidente del Consiglio ha attribuito a un sindaco “poteri speciali” di aggirare il PRGR, poteri speciali che implicano di poter anche aggirare le leggi, le normative, i buoni propositi duramente sudati dal parlamento europeo, quello italiano e dai loro popoli negli ultimi anni in materia di gestione virtuosa dei rifiuti e di economia circolare. Tanto da suscitare la reazione indignata di sindaci, parlamentari e molte parti della società civile.  

Infine occorre ricordare che le Linee Guida comunitarie per l’applicazione del principio “Do No Significant Harm” (DNSH) ai Piani Nazionali di attuazione del Piano Next Generation EU, citano esplicitamente l’incenerimento dei rifiuti tra le attività che arrecano un danno significativo all’economia circolare.

Inoltre, una gestione dei rifiuti che non dà massima priorità a prevenzione e riciclo, contrasta con la recentissima Legge Costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1, che ha introdotto non solo il principio fondamentale della tutela dell’ambiente, delle biodiversità e degli ecosistemi nella nostra Carta Costituzionale, ma anche  l’indicazione per cui l’iniziativa economica deve essere esercitata in modo da non arrecare danni all’ambiente e alla salute.

Rossano Ercolini ha detto che l’inceneritore non si farà mai. Che è un tentativo di gettare fumo negli occhi dei romani, ai quali invece è chiaro che il sindaco non riesce a risolvere il problema dei rifiuti. I tempi poi sono più  lunghi di quelli vantati e gli iter di legge vanno rispettati. Ma insistere su soluzioni obsolete “consentirà solo di sprecare tempo a favore dell’attuazione di buone pratiche”.

Ciò detto, siccome non siamo a Frittole, non ci resta che fermare, non Cristoforo Colombo, come Benigni e Troisi, ma Gualtieri e il suo “vecchio” inceneritore.

Valdisieve in Transizione

FONTE ARTICOLO: https://valdisieveintransizione.org/notizia/inceneritore-a-roma-non-ci-resta-che-piangere/

FONTI FOTO: 

mercoledì 10 luglio 2019

Rifiuti. Ercolini (Zero Waste): “Il progetto bioraffineria? Oscuro e poco credibile”


FIRENZE – “Dire bioraffineria, può voler dire tutto o niente, di parla di 200 mila tonnellate e 250 milioni di euro come se fossero noccioline: è irresponsabile gettare in pasto all’opinione pubblica delle dichiarazioni che creano allarme, e che riguardano progetti complessi, da valutare e soprattutto ancora da discutere con i soggetti interessati, a partire dalla comunità locali. Progetti sulla cui credibilità al momento mi permetto di riservare della omeriche risate”.
E’ fortemente critico il commento Rossano Ercolini, presidente dell’associazione Zero Waste e vincitore del Goldman Prize 2014, che stamani a Novaradio commenta il nuovo piano regionale rifiuti come annunciato dal governatore Rossi che prevede una nuova bioraffineria a Stagno (Livorno) destinata a trattare i rifiuti in eccesso dell’area fiorentina, un nuovo impianti di compostaggio a Case Passerini e la cancellazione dell’inceneritore.
Ercolini parte da una critica all’uso troppìpo vago del termine bio-raffineria: “Può voler dire digestione anaerobica della frazione organica raccolta con il porta a porta, ma può voler dire anche produzione di etanolo dal combustibile solido secondario tramite idrolisi o traine processi elettro-chimiche che hanno bisogno di alte temperature e quindi emissioni gas”.
“Bene – dice d’altra parte Ercolini – che nella variante al piano rifiuti ci sia la cancellazione dell’inceneritore di Case Passerini e si fissi l’obiettivo dell’80% di differenziata, ma sarebbe bene fare chiarezza, con cittadini e enti locali, sulle tecnologie che si intende applicare a Stagno a case Passerini”.
A farsi sentire ieri anche i sindaci di Livorno e Collesalvetti, che lamentano di essere stati tenuti all’oscuro di tutto: “L’impianto di Stagno – afferma il sindaco livornese Luca Salvetti – a patto che se ne discuta con noi: e che si chiuda il termovalorizzatore cittadino e la discarica di Limoncino”.

venerdì 18 maggio 2018

Smog Italia deferita alla Corte Ue per livelli Pm10

Insieme ad altri cinque Paesi

16 maggio, 17:32
 © ANSA(ANSA) - BRUXELLES, 16 MAG - La Commissione Ue ha deferito l'Italia alla Corte di giustizia europea per aver violato le norme europee antismog. Come anticipato dall' Ansa la settimana scorsa, la decisione si riferisce alla ripetuta violazione dei limiti Ue per il particolato Pm10. Con la stessa motivazione, a quanto si è appreso, l'esecutivo Ue ha deferito Ungheria e Romania e ha denunciato alla Corte anche Francia, Germania e Regno Unito per il superamento dei limiti di biossido di azoto (No2).

Il deferimento arriva nell'ambito di una procedura di infrazione cominciata nel 2014. L'Italia ha una seconda procedura di infrazione in corso sulla qualità dell'aria, avviata nel 2015, per il superamento dei valori limite di biossido di azoto (NO2). Il 31 gennaio scorso il commissario Ue all'ambiente Karmenu Vella aveva convocato a Bruxelles i ministri di nove Paesi tra cui l'Italia, chiedendo l'adozione di misure per ridurre l'inquinamento atmosferico. A quanto si apprende da fonti europee, la documentazione fornita da Roma è stata sufficiente per evitare l'aggravamento della procedura di infrazione sull'NO2 ma non quella sul particolato, in quanto il piano italiano prevede una normalizzazione della situazione in tempi troppo lunghi.(ANSA).
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L'Italia deferita alla Corte Ue per smog, rifiuti e xylella

Decisioni della commissione europea per violazioni

17 maggio, 11:26
La Commissione Ue ha deferito l'Italia alla Corte di giustizia europea per aver violato le norme antismog e non aver ottemperato alle indicazioni di abbattimento degli ulivi colpiti da xylella. La decisione sull'inquinamento dell'aria si riferisce alla violazione dei limiti Ue per il particolato Pm10.

Con la stessa motivazione, l'esecutivo Ue ha deferito Ungheria e Romania e ha denunciato alla Corte anche Francia, Germania e Regno Unito per il superamento dei limiti di biossido di azoto. Quanto al batterio killer degli ulivi, l'accusa è di per non aver pienamente applicato le misure Ue, tra cui l'abbattimento delle piante malate.


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Italia deferita a Corte Ue per smog e rifiuti radioattivi

BRUXELLES - La Commissione Ue ha deferito l'Italia alla Corte di giustizia europea per aver violato le norme europee antismog. Come anticipato dall' Ansa la settimana scorsa, la decisione si riferisce alla ripetuta violazione dei limiti Ue per il particolato Pm10. Con la stessa motivazione, a quanto si è appreso, l'esecutivo Ue ha deferito Ungheria e Romania e ha denunciato alla Corte anche Francia, Germania e Regno Unito per il superamento dei limiti di biossido di azoto (No2). Il deferimento arriva nell'ambito di una procedura di infrazione cominciata nel 2014. L'Italia ha una seconda procedura di infrazione in corso sulla qualità dell'aria, avviata nel 2015, per il superamento dei valori limite di biossido di azoto (NO2). Il 31 gennaio scorso il commissario Ue all'ambiente Karmenu Vella aveva convocato a Bruxelles i ministri di nove Paesi tra cui l'Italia, chiedendo l'adozione di misure per ridurre l'inquinamento atmosferico. A quanto si apprende da fonti europee, la documentazione fornita da Roma è stata sufficiente per evitare l'aggravamento della procedura di infrazione sull'NO2 ma non quella sul particolato, in quanto il piano italiano prevede una normalizzazione della situazione in tempi troppo lunghi.
L'Italia finisce davanti alla Corte di giustizia Ue sui rifiuti radioattivi. Lo ha deciso la Commissione Ue in quanto non è stata assicurata la piena conformità alla direttiva in materia, in particolare sul fronte della notifica dei programmi nazionali di gestione del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi. Roma aveva già ricevuto un parere motivato, secondo passo di una procedura d'infrazione, lo scorso luglio, insieme ad Austria, Croazia, Repubblica ceca e Portogallo. Gli stati membri erano tenuti a notificare i programmi nazionali entro il 23 agosto del 2015. La direttiva Ue istituisce un quadro per garantire la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi, chiedendo ai 28 provvedimenti adeguati in ambito nazionale per un elevato livello di sicurezza.


sabato 21 aprile 2018

Maxi-inchiesta sui rifiuti: sequestrato un impianto di Case Passerini, indagati dirigenti Alia „Maxi-inchiesta sui rifiuti: sequestrato un impianto di Case Passerini, indagati dirigenti Alia“

Maxi-inchiesta sui rifiuti: sequestrato un impianto di Case Passerini, indagati dirigenti Alia
Scoperti sversamenti di percolato in quattro laghi del Mugello



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Maxi-inchiesta sui rifiuti: sequestrato un impianto di Case Passerini, indagati dirigenti Alia
Per impedire l'emissione in atmosfera di gas ''climalteranti'' e di ''microinquinanti'' solo parzialmente combusti, il gip Alessandro Moneti ha sottoposto a sequestro preventivo l'impianto a biogas della discarica di Case Passerini, alla periferia di Firenze. L'impianto continua a funzionare ma con precise prescrizioni impartite ad Alia, la partecipata che si occupa di gestione dei rifiuti.
Per il gip fino a marzo 2017 c'è stata una ricaduta di 40.000 metri cubi di "rifiuto speciale non pericoloso costituito da biogas con microinquinanti" nelle aree urbanizzate presso l'impianto. Tra le cause, le temperature della termocombustione del biogas comprese tra 571 e 675 gradi centigradi, cioè più basse del minimo di 850 gradi previsto dalle norme e pertanto tali da rilasciare emissioni inquinanti. Il sequestro è scattato in un'inchiesta con una decina di indagati fra cui l'ad e i dirigenti di Alia e altri dirigenti di ditte private.
Sequestrati anche quattro laghi in Mugello (nel Comune di Scarperia e San Piero a Sieve), inquinati dal percolato di un'ex discarica
Sono indagati, a vario titolo, Livio Giannotti, ad di Alia (ex Quadrifoglio); il direttore operativo Sandro Gensini, il responsabile gestione impianti Franco Cristo; quello della gestione impianti Paolo Daddi, il responsabile della gestione impianti tecnologici Claudio Cecchi fino al 24 maggio 2017, il responsabile del settore Gsr pro tempore Alessandro Grigioni, il responsabile di Case Passerini Antonio Menelau, il responsabile tecnico dell'Ati Torricelli-Certaldo Energia, Marino Poggi. Sono indagati per diversi reati ambientali, fra cui il traffico di rifiuti, e di getto pericoloso di cose.
A dicembre 2017, nella stessa inchiesta che è coordinata dal pm Leopoldo De Gregorio, il gip aveva sequestrato l'impianto compost per il trattamento meccanico biologico (Tmb) di Case Passerini.
Per quanto riguarda i laghi del Mugello il gip invece parla di "omessa bonifica" e rileva la mancata impermeabilizzazione dell'area tanto che "il danno ambientale è evidente - riporta un altro decreto di sequestro dello stesso gip - perché il percolato finendo nei laghi penetra poi nel terreno sottostante e lo inquina". Nel solo 2016 la polizia giudiziaria stima uno scarico di percolato nei laghi di 8.204 metri cubi.

Sequestro impianto biogas di Case Passerini: la replica degli indagati

Gli indagati replicano alle accuse, in una conferenza stampa convocata ad hoc questa mattina dai vertici di Alia. “Siamo un presidio di legalità. Tutto si è svolto secondo procedure lecite, non ci stiamo a passare per delinquenti”, dice Livio Giannotti, ad di Alia, che parla di un “allarmismo ingiustificato. Non c'è nessun rischio per la salute pubblica”.
Per quanto riguarda il percolato dell'ex discarica nel Mugello di Bosco ai Ronchi, “si tratta di una discarica chiusa da 48 anni. Dal 37esimo anno c'è un'autorizzazione per mandare i percolati nelle fognature e quindi al depuratore civico. Ma non solo, nel 2005 l'ente preposto ha autorizzato il sistema di bacini per la raccolta di percolati e acque meteoriche, quindi non comprendiamo il provvedimento di sequestro”, aggiunge Giannotti (al centro nella foto sotto, alla sua sinistra il presidente di Alia Paolo Regini e alla sua destra Franco Cristo).
“Anche sul biogas di Case Passerini c'è la massima trasparenza. Nel 2013 è iniziato il trend decrescente di produzione di biogas e abbiamo fatto interventi per aumentare capacità di aspirazione, fino al maggio 2017, quando abbiamo spento i motori (perché la quantità di biogas non era più sufficiente per tenerli accesi, ndr) e abbiamo acceso le 'torce' (altro strumento necessario all'aspirazione del biogas, ndr). Di tutto questo abbiamo avvisato tutti gli organismi competenti. Non solo, contemporaneamente abbiamo chiesto l'autorizzazione per accendere torce più piccole ma siamo ancora in attesa di risposta”, conclude l'amministratore delegato, attaccando le istituzioni pubbliche per “un piano di gestione dei rifiuti che è saltato”.
Nonostante il sequestro l'impianto a biogas, come disposto dalla Procura, che ha imposto precise prescrizioni, continua a funzionare. Un altro sequestro, relativo all'impianto per il compost, sempre all'interno di Case Passerini, era stato disposto nel dicembre dello scorso anno.


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martedì 30 gennaio 2018

Sicilia: La storia di quando cacciammo A2A dalla Valle del Mela

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Sulla manifestazione di domenica 28 gennaio 2018
Dieci mila cuori inarrestabili. Ecco qual è il significato di questa giornata storica: noi donne e uomini della Valle del Mela siamo pronti a difendere il nostro territorio, i nostri figli, la nostra vita con qualunque mezzo necessario. A2A se ne faccia una ragione, non le basterà il favore, molto sospetto, del Gentiloni, Galletti o Crocetta di turno: la valle del mela la caccerà.
“I nostri rifiuti non saranno la vostra ricchezza!”. Uno slogan semplice che significa che la Valle del Mela vuole la differenziata a livelli di eccellenza, che vuole posti di lavoro da un ciclo di rifiuti virtuoso (come a Treviso per esempio), che non vuole morire per le diossine prodotte dai colossi industriali finanziando il loro profitto.
Un movimento quello di ieri che tende la mano ai fratelli lavoratori, perché si uniscano nella progettazione di un territorio libero dai veleni dell’industria pesante, che sia madre per tutti i suoi figli, che non li obblighi a portare a case un pezzo di pane avvelenato. Iniziamo a bloccare l’inceneritore, continuiamo col pensare all’era senza industria pesante per la Valle del Mela e stringiamo un nuovo patto fra noi. Un patto in cui cacciamo a pedate il capitale straniero che viene da fuori, dal Nord (da Milano, da Brescia, ad esempio, comuni azionisti di A2A) a insozzare il nostro paradiso, obbligandoci a partire, verso mete lontane, in cerca di lavoro o di ospedali per curare il cancro.
Che lo sappiano ai piani alti: la valle del Mela si è risvegliata! E non ci parlino di legalità quando i primi a infischiarsene sono loro: l’inceneritore è illegale a norma del piano paesaggistico e Gentiloni lo sa, ma vuole imporlo, perché le pressioni sono fortissime. La lotta sarà dilagante, inarrestabile, perché il sentimento di giustizia è una forza potentissima ed è nei cuori di ogni persona della Valle. È quel sentimento che urla nel petto quanto sia giusto ribellarsi e lottare per difendere i bimbi, i vecchi e il proprio diritto di rimanere in questa terra bellissima e avere di che vivere, senza ammazzare nessuno. A2A è avvertita, la Sicilia la caccerà #Fuoridaipolmoni!
Fonte: http://noinceneritoredelmela.altervista.org/cacciammoa2a/

giovedì 6 luglio 2017

INCENERITORE DI MONTALE: cofermato il risarcimento del danno (il resto, per un pelo, caduto in prescrizione)


Da notare che tra la data di decadenza della prescrizione (11 febbraio 2012), a quella della sentenza di condanna (29 febbraio 2012), ci sono solo 18 giorni! Se la condanna fosse avvenuta prima, non sarebbe caduta in prescrizione.
Comunque rimane confermato il risarcimento del danno morale (tot. 44.400 €).


lunedì 14 novembre 2016

Inceneritori, i casi di stop per mercurio: lacune in misura emissioni e non c’è blocco dei rifiuti a rischio

Da Torino a Poggibonsi, i casi rivelano un problema che potrebbe avere dimensioni molto grandi ma ad oggi spesso non misurato, e quindi invisibile: la maggior parte dei 40 termovalorizzatori italiani non controlla in tempo reale le emissioni di mercurio, come invece accade nella struttura piemontese, e in nessun impianto esistono sistemi per bloccare in entrata la monnezza urbana in cui ci siano rifiuti contenenti il metallo altamente tossico.

I “biscotti al mercurio”, di cui qualcuno a Torino ha parlato ironicamente dopo il semi stop all’inceneritore del Gerbido il 18 ottobre scorso, rischiano di diventare una specialità dolciaria non solo sabauda. L’impianto, che ha dovuto rallentare a causa di emissioni di mercurio anomale, non sembra proprio il biscottificio innocuo a cui il neopresidente della società che lo gestisce (la Trm, gruppo Iren) aveva paragonato questo tipo di stabilimenti. E ora, il caso torinese sembra solo la punta dell’iceberg. L’indizio di un problema, quello delle emissioni di mercurio dei termovalorizzatori, tra l’altro già emerso anche ad aprile 2015 all’inceneritore di Poggibonsi, nel senese, che potrebbe avere dimensioni molto grandi ma ad oggi spesso non misurato, e quindi invisibile: proprio perché la maggior parte dei 40 inceneritori italiani non controlla in tempo reale le emissioni di mercurio, come invece accade a Torino, e in nessun impianto esistono sistemi per bloccare in entrata la monnezza urbana in cui ci siano rifiuti contenenti questo metallo altamente tossico.

Bastano pochi etti
“Alcuni etti possono essere sufficienti a determinare il problema”, spiegano dall’Arpa Piemonte. Al Gerbido nell’ultimo anno, dice l’ad di Iren Ambiente Roberto Paterlini, “nei catalizzatori se ne è accumulato un chilo”. Potrebbe essere arrivato con rifiuti speciali di aziende che li hanno buttati illegalmente nei cassonetti urbani, dove smaltirli non costa nulla. Ma il mercurio è contenuto anche nelle batterie e nelle pile a bottone da orologi, che l’Europa ha messo fuori legge dalla fine del 2015, nelle lampade a fluorescenza e nei neon. Tutti oggetti che non si dovrebbero buttare nella pattumiera, ma tra scarsa comunicazione ai cittadini, centri di raccolta comunali poco capillari e difficili da raggiungere, e un po’ di sana pigrizia, la frittata è fatta. “Se permangono i cassonetti stradali e non si procede verso un cambio di direzione rispetto alla situazione attuale è palese che nell’indifferenziato ci può finire di tutto e questi purtroppo sono i risultati”, ha scritto su Facebook l’assessore all’Ambiente di Parma Gabriele Folli. Nella sua città, negli ultimi anni l’inevitabile costruzione dell’inceneritore è però andata  di pari passo con l’introduzione del porta a porta. “Da noi la raccolta differenziata è al 75% e i piccoli rifiuti elettrici ed elettronici vengono raccolti anche nelle scuole. Il rischio che si verifichino situazioni come quella di Torino è ovviamente più alta dove si raccoglie con i cassonetti, perché è più difficile controllare cosa ci va a finire”, aggiunge Folli. A Torino, peraltro, fa notare Claudio Cavallari dell’associazione Pro Natura, “ci sono solo sette ecocentri e la differenziata è ferma al 42% da sei anni. La logica è sempre stata: più indifferenziato, più affari. E poi manca la corretta informazione su come conferire rifiuti come batterie e neon: non è come fare la pubblicità dei formaggini, serve informazione continua”.

A queste condizioni, è evidente, dice la direttrice del dipartimento A queste condizioni, è evidente, dice la direttrice del dipartimento torinese di Arpa Antonella Pannocchia, che una situazione come quella dell’inceneritore del Gerbido “potrebbe verificarsi anche altrove”. Anche perché oggi, aggiunge Federico Schivo del consorzio per la raccolta e l’avvio al riciclo di lampade e neon Ecolamp, “in Italia viene recuperata una lampadina su 5. Nei Paesi più virtuosi si arriva a 2 su 5. Le lampade rimangono un rifiuto complicato: si rompono facilmente, sono difficili da intercettare e tantissime persone continuano a buttarle nelle campane del vetro. Manca l’informazione, l’abitudine al giusto conferimento è ancora tutta da costruire e i centri di raccolta sono poco capillari”.
La strada in discesa verso il forno
Se si sbaglia bidoncino e il neon o la batteria finiscono nell’immondizia indifferenziata, poi la strada che li porta in discarica o alla combustione è tutta in discesa. Nei termovalorizzatori, infatti, ad oggi non ci sono sistemi per controllare se nel carico in entrata c’è mercurio ed evitare così di bruciarlo. “A Torino si verifica solo la radioattività, tutto il resto entra. Sarebbero necessari controlli ulteriori”, denuncia Cavallari. E una volta che il mercurio con il calore è passato allo stato gassoso, non è detto che ci si accorga della sua esistenza. Solo se nel camino sono presenti sensori ad hoc che lo rilevano. La legge prevede che tutti gli inceneritori debbano avere un sistema per il rilevamento in continuo delle emissioni (Sme), ma il metallo non è citato espressamente tra le sostanze da controllare in tempo reale in via obbligatoria. E gli Sme, continua Pannocchia, “vengono introdotti al momento del rinnovo delle autorizzazioni degli impianti, non prima”. Il risultato è che molti impianti oggi non monitorano l’inquinante in tempo reale, ma solo alcune volte all’anno. La Lombardia è la regione con la più alta concentrazione di inceneritori: sui 13 impianti ad oggi attivi, spiegano dall’Arpa regionale, “tutti hanno un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni, ma nessuno include al momento un misuratore in continuo di mercurio”. E meno lo misuri, più è probabile che ti sfuggano i valori anomali, cioè sopra la soglia dei 50 microgrammi per metro cubo, che in un impianto come Torino sono stati rilevati su base di mezz’ora. “Da noi il problema è emerso perché, grazie anche a sistemi di controllo in tempo reale voluti fortemente anche dai cittadini, monitoriamo questo metallo. Nell’autorizzazione del Gerbido è previsto che quando si sfora la soglia per un’ora, l’alimentazione dell’impianto deve essere sospesa per garanzia”, dice ancora Pannocchia.
Soluzioni ancora da trovare
In passato, si legge in un documento di Arpa Piemonte, nelle emissioni dell’impianto c’erano già stati superamenti della «soglia di attenzione» per il mercurio: nel 2014, a partire dalla primavera, all’inizio del 2015 e poi ancora alla fine dell’anno scorso, nonostante interventi messi in campo che avevano evitato il problema per qualche mese, e poi di nuovo nel 2016, fino alla metà di ottobre scorso. Nel 2015 Arpa ha rilevato 414 mezz’ore di superamento, nel periodo giugno-settembre 2016, 485. Sono percentuali piccolissime sul totale del tempo lavorato, lo 0,9% nel primo caso e l’1,4% nel secondo, registrate a livello del camino, a oltre 100 metri di altezza. L’Arpa fa però notare che in “una decina di episodi di durata inferiore alle 5 ore” anche le centraline della qualità dell’aria, poste al livello dei nostri polmoni, hanno rilevato sforamenti, “che hanno coinciso con valori anomali al camino dell’impianto”. E mentre dall’Agenzia da una parte sottolineano che “stiamo parlando di un problema da risolvere e non di una emergenza sanitaria”, dall’altra sono fermi nel chiedere a Trm “un percorso stringente volto a risolvere il problema”.
Con il rallentamento della funzionalità dell’inceneritore, assicura Paterlini, “i livelli di mercurio si stanno attenuando”, ma la strategia deve ancora prendere forma. Sicuramente ci sarà una campagna di comunicazione rivolta ai cittadini in collaborazione con la società torinese di igiene urbana Amiat per informarli sul corretto conferimento di batterie, pile e lampadine. E si stanno facendo sia controlli a campione sui carichi dei camion dell’indifferenziato per cercare tracce di mercurio, sia un censimento delle aziende che lo trattano, ma “è come cercare un ago in un pagliaio”. Al Gerbido, intanto, “si sta lavorando con due imprese che fanno lavaggi dei catalizzatori dove si era accumulato il mercurio per riportarlo in forma liquida e cercare così di smaltirlo. Sapremo nei prossimi giorni se i lavaggi sono efficaci. Potrebbe essere una soluzione da adottare periodicamente fino a che non si è trovata la causa. Un’altra ipotesi aperta è la sostituzione dei catalizzatori e la creazione di una quarta linea di filtraggio. Nel frattempo stiamo anche sovradosando bicarbonato e carbone attivo, reagenti che hanno lo scopo di trattenere il più possibile il mercurio”. Ma su questo metallo, ammette l’ad di Iren Ambiente, “anche in base ai contatti che abbiamo preso con gli altri impianti, non ci sono particolari soluzioni, stiamo facendo delle sperimentazioni”.

giovedì 20 ottobre 2016

Mercurio nei rifiuti, l'inceneritore del Gerbido costretto a ridurre la sua funzionalità

Lo ha deciso la sindaca Appendino: la parte dei rifiuti eccedente andrà in discarica
La funzionalità dell'inceneritore del Gerbido sarà ridotta per 3 settimane perchè nell'impianto sono stati conferiti rifiuti contenenti tracce di mercurio. 
Per questo  l'impianto non è in grado di smaltire tutti i rifiuti urbani che arrivano dall'area metropolitana e che normalmente vengono conferiti al Gerbido. 
Lo annuncia con un comunicato la Città Metropolitana. La sindaca Chiara Appendino, dopo aver consultato l'Arpa, i funzionari del Comune, della Città Metropolitana, e di Regione Piemonte, Iren, Amiat, Ato rifiuti di Torino e Trm,  firmerà in serata un'ordinanza che autorizza a conferire parte di questi rifiuti in alcune discariche del Torinese a Druento e al Grosso.
Per il futuro Trm ha proposto la costituzione di un tavolo tecnico con la Città Metropolitana, Regione Piemonte ed Arpa per indagare e individuare le possibili fonti dei rifiuti contenenti tracce di mercurio attraverso controlli accurati.  
Trm ed Iren sotto la supervisione di Arpa si impegnano a ripristinare la normale funzionalità
dell'impianto e risolvere un problema che con minore rilevanza era già stato segnalato in passato. Inoltre è stato deciso in accordo con Amiat una campagna di comunicazione ed informazione sul corretto conferimento dei rifiuti da parte dei cittadini, in particolare quelli contenenti mercurio che potrebbero derivare da pile, lampade, tubi al neon, altre componenti elettroniche e rifiuti di origine sanitaria, mettendo a disposizione appositi contenitori.

FONTE: http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/10/18/news/mercurio_nei_rifiuti_l_inceneritore_del_gerbido_costretto_a_ridurre_la_sua_funzionalita_-150060165/
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Le discariche di Druento e Grosso sostituiranno l’impianto del Gerbido per il periodo di semi-stop

sabato 21 maggio 2016

Inceneritore di Scarlino, accolta l'istanza della class action

La giudice di Grosseto dispone approfondimenti su 26 punti della perizia della ctu: un punto a favore del fronte del no
GROSSETO. La perizia sull’inceneritore di Scarlino “risulta in moltissimi punti carente e lacunosa, soprattutto in ordine alla mancata individuazione delle cause dei malfunzionamenti dell’impianto, alla mancata individuazione e valutazione della entità, pericolosità e paternità delle avvenute immissioni fuori legge”.
All’apparenza è un semplice passaggio tecnico, quello che nella giornata di mercoledì è avvenuto nell’ambito della causa, avviata nel 2014, da associazioni ambientaliste e imprenditori della zona di Scarlino e Follonica che chiedono la chiusura dell’inceneritore. Nella sostanza è un punto a favore della battaglia contro l’impianto, ritenuto inquinante in un ambiente già di per sé inquinato come è la piana di Scarlino e la sua falda.
La giudice, accogliendo l'istanza, sembra implicitamente riconoscere che ci sono molti punti in sospeso nella perizia della ctu, depositata ad agosto e che doveva far chiarezza sulle cause del malfunzionamento dell’inceneritore e le immissioni fuori legge, soprattutto di diossine e furani sulla flora e sulla fauna del canale Solmine, nell’area industriale dove sorge l’impianto e nei centri limitrofi.
La class action - una causa civile per chiedere i danni partita dopo lo sforamento del 2013 dei limiti di legge per le emissioni di diossina nell’aria, con valori cinque volte sopra il limite - è sostenuta da circa 90 soggetti, tra cui il Forum Ambientalista di Grosseto, il Comitato per il no all’inceneritore e associazioni di professionisti di Follonica e Scarlino - rappresentati dall’avvocato Roberto Fazzi.
A dicembre 2015 le associazioni e tutti i soggetti ricorrenti avevano depositato ben 140 pagine di osservazioni critiche alla consulenza tecnica a firma dei propri consulenti di parte, l’ingegner Vincenzo Annino, che ha esaminato tutte le carenze tecniche dell’impianto; il dottor Roberto Barocci che ha fornito uno studio sull’inquinamento della falda della piana di Scarlino; il dottor Valerio Gennaro che ha fornito uno studio epidemiologico sull’impatto dell’inceneritore sulla salute delle popolazioni che vi abitano intorno.
Nonostante la perizia dica chiaramente che la ripresa dell’inceneritore è vincolata alla bonifica del Canale Solmine e alla bonifica delle falde acquifere della piana (la prima indicazione di questo tipo fu data dalla Regione ben 26 anni fa ma la bonifica delle falde è ancora al palo), “la consulente di ufficio - dice l’avvocato Fazzi - ha fornito sintetiche valutazioni di tali osservazioni assolutamente inadeguate e insoddisfacenti tanto che il sottoscritto legale è stato costretto a formulare ben ventisei richieste di chiarimenti, predisposte con l’aiuto dei propri consulenti”.
La giudice, accogliendo la richiesta, ha fissato una nuova convocazione della ctu per il 9 marzo 2016, “non per una semplice richiesta di chiarimenti in udienza, ma addirittura per l’affidamento di un nuovo incarico”, dice Fazzi. Insomma, la consulente potrà affidarsi ad altri professioni nei settori specifici che la giudice chiede di approfondire.

FONTE: http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2016/02/17/news/inceneritore-di-scarlino-accolta-l-istanza-della-class-action-1.12974282

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