Associazione Ambientalista a carattere volontario ed apartitica, che si configura quale associazione di fatto. Essa non ha alcuna finalità di lucro. L’area di svolgimento delle attività dell’Associazione è delimitata ai comuni della Valdisieve.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

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lunedì 10 ottobre 2022

Da un articolo di Italia Nostra: FUNICOLARI E TAPIS ROULANT NEI GIARDINI STORICI. CI RIPROVANO! (di Paolo Celebre)

“La sola idea di costruire una specie di tapis roulant su Costa San Giorgio [una proposta che è stata accantonata per le proteste forti e diffuse, Ndr] era una follia. Fra cinquant’anni il prossimo passo sarà mettere scale elettriche al pianterreno degli Uffizi ? Così come esiste un mangiare slow bisogna creare un turismo slow. Si deve capire che Firenze non può vivere solamente di turismo.”

Così parla il 94enne Detlef Heikamp celebre studioso del Rinascimento, fiorentino da 72 anni, intervistato da Il Giornale dell’Arte in occasione della Biennale Internazionale dell’antiquariato di Firenze.

A dispetto però degli storici dell’arte e di quei numerosi cittadini firmatari di un appello contro le scale mobili in Oltrarno, il Comune di Firenze, sostenuto dalla Regione Toscanarilancia oggi il progetto apertamente.

Annunciato infatti come “Forte di Belvedere – sistema di risalita” insieme a 48 altre proposte, esso compare nel progetto FLIC - Florence I care (Ohi, ohi, l’insopportabile civettare con Don Milani) un appello rivolto non solo a sponsor privati per favorire le erogazioni liberali a sostegno della cultura, ma diretto anche ai 10/15 milioni di turisti che ogni anno giungono in città attratti dal suo brand name” universale. Per moltiplicarli, evidentemente, quei turisti frettolosi. 

Il tutto sotto l’egida della Legge n. 106/2014 (Decreto Franceschini) per la tutela del patrimonio culturalelo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo, che ha introdotto forti agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali a sostegno della cultura.

Ma in cosa consisterebbe il progetto nelle intenzioni dichiarate del Comune ?

Si tratta di “collegare con un sistema di trasporto innovativo due zone turisticamente molto importanti della città, San Niccolò ed il fiume Arno con il Forte di Belvedere ed il Museo Bardini”.

Il valore dell’intervento è di più di 5 M€ per la durata di un anno. A questo scopo – si dice – le possibili soluzioni di percorso sono essenzialmente tre:

la prima da Porta San Miniato che salendo lungo le mura conduce sino al Forte di Belvedere;

la seconda che si sviluppa come variante della prima e che prima di giungere al Forte di Belvedere, all’altezza dello scollinamento di via di Belvedere, entrando nel giardino del museo Bardini, conduce sino al museo stesso e poi attraverso la Costa San Giorgio, porta sino alla fortezza;

la terza prevede di accedere da via San Niccolò attraverso la sede della Facoltà d’Architettura (Palazzo Vegni) ai giardini compresi tra San Niccolò e le mura e soffermandosi sul belvedere esistente tra il giardino Bardini ed il verde pubblico esistente, giunge sino alle mura e poi alla fortezza.

Tecnologicamente le soluzioni meccanizzate per superare i dislivelli presenti sono due: una funicolare o cremagliera su binari che necessita di percorsi il più possibile rettilinei o con ampi raggi di curvatura; la seconda che si sviluppa su di un sistema di scale mobili o tapis roulant che sono sicuramente meno impattanti dal punto di vista ambientale e che consentono di affrontare anche repentini cambiamenti di direzione realizzando zone di arrivo e ripartenza.

Insomma, contraddicendo l’epigrafe dello scrittore Javier Marias che introduce la scheda di Florence I Care:

Non c'è nulla di così triste e così solitario come una città senza enigma apparente o apparenza di enigma, nulla di così dissuasivo, nulla di così opprimente per il visitatore

il Comune di Firenze (che già permette la gigantesca operazione alberghiera di Costa San Giorgio) si appresta ad aprire al turismo “di passo” una delle zone più appartate ed autentiche dell’Oltrarno, con tutte le conseguenze sul tessuto commerciale, residenziale ed economico che ben conosciamo.

Il Comune di Firenze cioè si adopera per rendere la città più tristepiù opprimente più banale per i suoi abitanti e per visitatori di tutti i tipi.

Senza qui riaprire il dibattito sul cosiddetto “Decreto Franceschini” che legittima queste operazioni, ci chiediamo piuttosto che ci faccia questo progetto in un elenco di opere oggetto di donazioni o sponsorizzazioni con cui si è articolata, fin dal 2011, la partecipazione dei privati al mantenimento del patrimonio culturale fiorentino.

Un conto è infatti il restauro di una colonna, di un affresco o del cortile di Michelozzo in Palazzo Vecchio, così come il ripristino di fontane, tabernacoli e state equestri; altra cosa è la realizzazione all’interno di due giardini storici di una infrastruttura meccanizzata per il trasporto collettivo.

****

Di questi sistemi speciali ce ne sono di vecchi e di recentissimi, realizzati in diverse città italiane ed europee, grandi e piccole. Sistemi che oltretutto hanno elevati costi di esercizio e di manutenzione e che, se non ben calcolati, possono trasformarsi facilmente in “non luoghi” ed essere persino abbandonati dopo qualche anno. Ecco alcuni esempi di strutture di questo tipo che aiutano a capirne l’impatto ambientale e paesaggistico.

Pertanto al di là della scelta del mezzo più adatto per una più comoda fruizione di percorsi collinari fiorentini occorrerebbe inserire un eventuale progetto (con tutta la delicatezza ed attenzione del contesto) nel sistema della mobilità pedonale e dolce fiorentina, già afflitto, come sappiamo, da miopia strategica e deficit di competenza tecnica.




Poniamo quindi alcune domande al Comune.

Che ci fa il progetto di un’opera nuova e così impattante nell’elenco delle 49 opere oggetto del nuovo avviso pubblico per la ricerca di sponsorizzazioni destinate al restauro di beni culturali della città (Florence I Care) ?

In quale sistema di governo dei flussi turistici in città si inserirebbe questo progetto e soprattutto, a quale esigenza prioritaria risponderebbe, oltre a quella di far profitto?

Quale bene in questo caso sarebbe da valorizzare, per usare la terminologia della legge n.106/2014 ?

Perché andare a disturbare con quest’ opera il polo educativo di Palazzo Vegni, costituito da due istituti universitari ed un simpatico asilo di quartiere con il suo giardino ?

In che rapporto starebbe questa infrastruttura con altre ipotesi ventilate di percorsi meccanizzati al servizio del resort di Costa San Giorgio ?

Infine, ci sarebbe anche una domanda di fondo: che significa valorizzare un bene culturale alla luce della nostra Costituzione?

FONTE ARTICOLO BLOG ITALIA NOSTRA FIRENZE

lunedì 27 giugno 2022

Di Italia Nostra - Le Gualchiere: l'interesse del Principe Carlo e il disinteresse dei comuni competenti!

Gualchiere di Remole. Il vivo interesse della Fondazione Nobriega e del principe Carlo d’Inghilterra per il loro recupero strutturale e funzionale a vantaggio pubblico, il sostanziale disinteresse dei due Comuni patrimonialmente e territorialmente competenti

Giugno 2022: la pubblicazione dell’elenco dei progetti per la Città Metropolitana ammessi ai fondi PNRR, elenco edito nel sito del Comune di Firenze, smentisce l’avvenuta considerazione del recupero delle Gualchiere di Remole: nonostante le indiscrezioni dei mesi passati, le Gualchiere non sono rientrate nei progetti europei elaborati dai Comuni di Firenze e di Bagno a Ripoli.

      Ciò nonostante, va sottolineato che “La Nazione” del 23 giugno 2022, con l’articolo di Manuela Plastina, Firenze, la corona inglese restaura struttura sull’Arno? Il principe Carlo interessato, ha dato notizia del sopralluogo effettuato alla “zona in rovina” delle Gualchiere dalla signora Elizabeth Nobrega Tsakiroglu, presidente della Fondazione Nobrega e dell’Istituto Internazionale delle Conoscenze Tradizionali. La nobildonna “si è presentata anche per conto di sua Altezza reale il principe Carlo, interessato – ha spiegato – alla promozione del restauro di quello che è ormai un monumento di storia e cultura”.

      Come è noto, il principe Carlo venne coinvolto alcuni anni fa da una lettera degli studenti dell’Istituto fiorentino Leonardo da Vinci, allievi di Girolamo Dell’Olio, e nell’occasione anche il Sindaco Nardella scrisse al principe “proponendo la costituzione di una task force anglo-italiana per l’individuazione di soluzioni praticabili per quelle Gualchiere. E da Buckingham Palace era arrivata la conferma dell’interessamento”.

      Nobrega – che ha visitato le Gualchiere in compagnia di esponenti del gruppo tecnico costituito al Circolo Vie Nuove (Luciano Bartolini e Pietro Laureano), dell’assessore fiorentino Alessandro Martini e dell’architetto Giorgio Caselli, dirigente del servizio Belle Arti di Palazzo Vecchio – “ha spronato il Comune a continuare nella volontà di crearvi un sistema che riporti il monumento al pubblico, come proposto dal gruppo tecnico”, magari come “polo della cultura, dell’artigianato e dell’ambiente. La Fondazione Nobrega si è resa disponibile a sostenere il progetto con fondi per la creazione di un museo, ma anche borse di studio internazionali legate alla ricerca”, e si è detta disponibile “a donare una collezione di oggetti d’arte, argenti, statue e manufatti di Michael Carrington. L’Inghilterra, ha garantito la signora Nobrega, c’è. E il principe Carlo pure”.

I precedenti interventi di Italia Nostra sulle Gualchiere

FONTE BLOG DI ITALIA NOSTRA FIRENZE https://italianostrafirenze.wordpress.com/2022/06/27/gualchiere-di-remole-il-vivo-interesse-della-fondazione-nobriega-e-del-principe-carlo-dinghilterra-per-il-loro-recupero-strutturale-e-funzionale-a-vantaggio-pubblico-il-sostanziale-disinteresse-de/

giovedì 16 giugno 2022

ODEON, UN LUOGO SPECIALE CHE MERITA UN FUTURO MIGLIORE

 Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/homepage/2022/05/31/odeon-un-luogo-speciale-che-merita-un-futuro-migliore/] con licenza BY-NC-SA 3.0.  

Di Francesca Conti - 31 Maggio 2022

L’annunciata trasformazione del Cinema Odeon in una sorta di spazio libreria polivalente con il cinema ridotto alla sola galleria diventando di fatto un’attività secondaria è qualcosa che a Firenze purtroppo non stupisce. Conferma l’assenza di qualsiasi ripensamento sia delle politiche culturali che dell’inevitabile trasformazione del centro storico.

Come in un tetris inesorabile l’operazione Odeon-Giunti è l’ennesimo mattoncino che contribuisce all’espulsione non solo dei residenti, ma anche di chi si ostina a frequentare il centro per le poche iniziative culturali dedicate a chi la città la vive. L’Odeon grazie alla programmazione dei film in lingua originale e anche di classici del cinema ha continuato ad attrarre fruitori e amanti del rito della proiezione. Sicuramente la decisione, presa diversi anni fa da parte della Regione Toscana, di spostare la 50 giorni di cinema internazionale al Teatro della Compagnia non ha aiutato la frequentazione del cinema Odeon, i cui titolari, dopo le chiusure dovute al Covid, hanno messo in piedi una programmazione stanca e piuttosto ripetitiva. Nonostante tutto questo l’Odeon ha continuato finora ad essere frequentato da un pubblico molto fidelizzato e affezionato. L’appello, firmato in pochi giorni da più di 6.000 persone ne è stata la dimostrazione.

Cinema Odeon FirenzeIl progetto presentato nel corso di una conferenza stampa organizzata dopo l’uscita della petizione ha soltanto confermato i sospetti di chi aveva fin dall’inizio criticato il progetto. Una libreria con palco per i concerti, con uno schermo a scomparsa e con merchandising vario e, ciliegina sulla torta avvelenata, qualcosa legato al cibo, ma ancora molto fumoso.

Eppure in quella zona le librerie simili sono già tre; Red, Melbooks e Feltrinelli. A che scopo una nuova libreria? Ma soprattutto per quali clienti? Non solo, il progetto presentato suona come qualcosa di già sentito. Viene in mente la catena FNAC che in Italia chiuse diversi anni fa perché evidentemente quel tipo di operazione non incontrava una clientela numerosa. Alla luce di tutto questo, il sospetto che si possa puntare tutto sulla ristorazione è sacrosanto. In quel caso il target sarebbe chiaro: i turisti.

La prospettiva peggiore è che la nuova libreria-cinema-bar non funzioni, chiuda i battenti e dopo qualche anno l’ormai ex-Odeon diventi l’ennesimo vuoto che poi verrà colmato con una struttura ricettiva o con l’ennesima mangiatoia. Sono tante le ferite aperte in città e per questo la reazione da parte di molti è stata di rabbia e critica feroce. Si pensi al Cinema Universale che prima è stato trasformato in un locale e poi in appartamenti, oppure al Gambrinus, sempre di proprietà della famiglia Germani, trasformato in un Hard Rock Cafè. Per non parlare dell’Apollo, del Supercinema, del Teatro Nazionale e dell’Astra due, altra proprietà Germani.

Cinema OdeonOltre al tema dell’espulsione dei residenti e degli amanti del cinema, l’altro tema centrale è quello della cultura. Molte delle voci che si sono schierate a favore dell’operazione Giunti-Odeon hanno sottolineato il fatto che lo spazio è privato e che in fondo il privato può fare quel che vuole. Ma la cultura di una città non è una questione privata, è questione pubblica che riguarda tutti e tutte. Dovrebbe riguardare prima di tutto l’amministrazione che potrebbe e dovrebbe dire la sua su un’operazione di questo genere. Scontato che non sarà da questa amministrazione che arriverà un’inversione di tendenza, anzi.

Il Cinema Odeon ha certamente una proprietà, ma appartiene al tempo stesso alla città e ai suoi frequentatori. La bellissima sala realizzata da Alfonso Coppedè e Marcello Piacentini, le prime che ha ospitato, la programmazione in lingua originale, i classici restaurati. Su tutto questo non si può tirare una linea senza coinvolgere chi ha promosso e firmato l’appello. L’appello è stato in qualche modo un atto di amore, amore che sembra mancare a chi presenta per un luogo speciale un progetto stanco, figlio dell’altro ieri. Sarebbe bello che l’Odeon venisse affidato a qualcuno che è pronto ad una sfida verso il futuro e a investire soldi, intelligenza, preparazione e cultura in uno dei luoghi simbolo di Firenze.

Francesca Conti 

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Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/homepage/2022/05/31/odeon-un-luogo-speciale-che-merita-un-futuro-migliore/] con licenza BY-NC-SA 3.0. 

martedì 22 febbraio 2022

Salvatore Settis, Il suolo devastato dai partiti inerti....(articolo del 2018!)

 

Tre governi hanno finto di voler approvare una norma per mettere dei limiti, ma poi hanno sempre rinviato. Negli ultimi 50 anni è stata cementificata una superfice equivalente alla Lombardia – Legislatura sprecata 

Fra i record negativi (che abbondano) di questa morente legislatura ce n’è uno che rischia di sfuggire ai radar, tanto si è allontanato dalla pubblica attenzione: il consumo di suolo. Un disegno di legge per contenerlo c’era già, rarissimo lascito positivo dell’era Monti, grazie all’allora ministro Mario Catania. Eppure, con manovre degne della corte di Bisanzio, i tre governi di sedicente sinistra, mentre fingevano di volerlo rilanciare, sono brillantemente riusciti a insabbiarlo, riscrivendolo mille volte in estenuanti quadriglie, emendamenti, furbizie d’ogni sorta. In compenso, il super-cementificatore Maurizio Lupi, già vituperato dal Pd quando era schierato con Berlusconi, veniva imbarcato fra i padri della patria al governo, e in amorevole duetto con Renzi lanciava il cosiddetto Sblocca Italia, consacrazione e decalogo di chi il suolo lo devasta.

Il tema venne in discussione ai cosiddetti Stati Generali del Paesaggio, convocati con molte buone intenzioni e poco potere reale dal sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni il 25-26 ottobre. Qualcuno fece allora notare che, in simultanea, a un passo da Palazzo Altemps dove si svolgeva il convegno, il Senato stava votando la fiducia all’indegno Rosatellum. Perché, fu chiesto allora a Dario Franceschini che era presente, di non mettere invece la fiducia sulla legge contro il consumo di suolo, onde approvarla prima della fine della legislatura? Il ministro dichiarò che era un’ottima idea, e che ci avrebbe provato. Ma niente di fatto: si opposero altri esponenti di spicco del Pd (a quel che pare, l’on. Puppato). 1834 giorni di legislatura non sono bastati a portare la legge in porto. Complimenti.

Quel che accadrà a valle del 4 marzo nessuno lo sa; quali che siano i veri o finti proclami dei partiti in corsa, i programmi veri salteranno fuori dal cappello dei negoziati e dei compromessi solo se e dopo che si sarà formata una coalizione coi numeri per governare. Perciò tornare su questo tema è come lanciare un messaggio in bottiglia, col rischio che si disperda nell’oceano di chiacchiere in cui il Paese affonda. Proviamoci lo stesso.

Ricordo solo qualche dato Ispra. 23.000 chilometri quadrati di territorio divorati dal cemento negli anni 1950-2016: il 7,64% della superficie del Paese, più o meno quanto la Lombardia. Tre metri quadrati al secondo, trenta ettari al giorno coperti dal cemento. Ogni giorno, ogni secondo, anche a Natale e a Pasqua, anche mentre leggiamo questo articolo. E il suolo che si consuma è il più prezioso, quello che dovremmo destinare all’agricoltura di qualità, dalla pianura padana alla Campania già felix (cioè fertile). Sei milioni di ettari persi per l’agricoltura, riducendone la produzione con una perdita netta vicina a un miliardo di euro l’anno; per non dire che il cibo che non produciamo più dobbiamo importarlo. Intanto non si arresta l’erosione delle coste, ormai smangiate al 51% (stima Legambiente) da porti turistici, villette, alberghi e resort. La fragilità idrogeologica e sismica del territorio costringe periodicamente a correre ai ripari (3,5 miliardi di costi l’anno secondo Ance-Cresme), senza mai avviare opere di prevenzione. Salvo stracciarsi le vesti a ogni alluvione, esondazione, terremoto, frana, “bomba d’acqua”, con relativi morti e feriti.

Perciò un messaggio in bottiglia lanciato alla disperata a chi ci governerà ha alcuni temi d’obbligo. Il degrado dell’ambiente e la crescita a macchia d’olio delle città sono due aspetti complementari, che comportano da un lato enormi perdite di produzione agricola, dall’altro l’agonia delle città storiche, sottoposte a una gentrification che espelle dai quartieri più preziosi i giovani, i vecchi, i meno abbienti, creando nuovi ghetti urbani. Paesaggio urbano, periurbano ed extraurbano vanno concepiti sotto il segno di una superiore unità, che ha bisogno di uno sguardo lungimirante. È intollerabile che solo tre Regioni abbiano provveduto al piano paesaggistico, e che il ministero non abbia esercitato, nelle altre, il potere sostitutivo previsto dal Codice dei Beni Culturali.

Qualcosa si potrebbe fare subito, in attesa di correggere il maggior difetto dell’ordinamento italiano, cioè la sovrapposizione fra le quattro nozioni giuridiche di paesaggio, ambiente, territorio, suoli agricoli, con norme distinte e spesso conflittuali. Sarebbe facile, per esempio, commisurare per legge i piani urbanistici a previsioni di crescita demografica certificate dall’Istat: si sa, infatti, che i Comuni truccano spesso le statistiche, autoattribuendosi mirabolanti crescite di popolazione, onde poter consentire la speculazione edilizia. Si dovrebbero stabilire, Comune per Comune, parametri di edificabilità basati sul tasso di edilizia condonata, sulla frequenza di edifici abbandonati, invenduti o inutilizzati e di aree de-industrializzate da destinare a uso collettivo. Si dovrebbe consolidare la norma della legge di bilancio 2016 (comma 460), che riporta gli oneri di urbanizzazione all’originaria funzione della legge Bucalossi, senza più destinarli alla spesa corrente.

Intanto, mentre si moltiplicano i segni premonitori dei prossimi disastri, e aleggia, da Berlusconi a Renzi, il fantasma del Ponte sullo Stretto, bandiera e simbolo dell’irresponsabile gestione del territorio, qualcosa si muove. Reagendo all’inerzia di Parlamento e governi, il Forum “Salviamo il Paesaggio” ha lanciato una proposta di legge d’iniziativa popolare “per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati”. Un’altra fra le mille prove che, mentre i politici di mestiere s’affannano per lo più a conservare poltrone e appannaggi, un gran numero di cittadini è pronto a operare “dal basso” per ridare a questo Paese il respiro e il futuro che meriterebbe. È ancora attuale il monito di Luigi Einaudi, in un appunto che scrisse, da Capo dello Stato, al presidente del Consiglio De Gasperi: “Il problema massimo dell’Italia è la difesa, la conservazione e la ricostruzione del suolo contro la progressiva distruzione che lo minaccia. L’uomo di Stato deve guardare lontano nello spazio e nel tempo, anche contro la volontà degli uomini viventi oggi. La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli Italiani” .

FQ, 18 Febbraio 2018

Salvatore Settis

FONTE: https://emergenzacultura.org/2018/02/20/salvatore-settis-il-suolo-devastato-dai-partiti-inerti/

venerdì 12 novembre 2021

Ex Fabbrica Brunelleschi di Sieci: DICHIARATA DI INTERESSE CULTURALE PARTICOLARMENTE IMPORTANTE!!!!!

Abbiamo appreso dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e per le province di Pistoia e Prato che l'iter iniziato ad Aprile scorso, per il riconoscimento della tutela culturale, si è concluso con Decreto n. 146 del 22/09/2021 in cui la Commissione Regionale per il Patrimonio Culturale, presso il Segretariato Regionale per la Toscana del Ministero della Cultura,  ha dichiarato il complesso della Fornace delle Sieci 

di interesse culturale particolarmente importante 

ai sensi degli articoli 10 e 13 del D. Lgs. 42/2004 "Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio", 

assoggettandola a tutela storico-artistica.


Qualunque sviluppo verrà deciso per quest'area, 
si dovrà tenere presente questo vincolo. 
In tutela del valore storico artistico, che è stato
così importante per le Sieci e non solo. 
Tanto da avere un complesso "gemello" a Scauri, Comune di Minturno (Latina), chiamato proprio "Le Sieci".

Per approfondire e vedere altra documentazione, cliccare QUI

venerdì 18 giugno 2021

𝕕𝕚 ℙ𝕒𝕠𝕝𝕠 𝕍𝔸𝔾𝔾𝔼𝕃𝕃𝕀 - Un patrimonio a rischio: le Ceramiche Brunelleschi delle Sieci (Pontassieve)

           Pronti. Partenza. Coda.

La S.S. 67 non perdona. Ti obbliga a metterti in fila. In direzione Firenze, al mattino, anche per i più previdenti, del tempo non ne rimane. Appena usciti da Pontassieve, inizia l’abitato di Sieci, povero di rotatorie e rosso di semafori. Sempre serpeggia una lunga e lenta processione di auto. Prima che la strada inizi a costeggiare l’Arno, appare il muro della Fornace, alto, fatto di sassi e mattoni.  

La costruzione invece si staglia più indietro, al di sopra del livello del muro. Alla vista offre una pianta d’edera, enorme, che dal terreno sale fino al tetto, 15 metri più su. Vegeta su un intero angolo del fabbricato, come per mangiarselo. Per i pendolari fa parte di una routine visiva giornaliera. Qualcuno allunga ancora la testa, mettendo in pericolo il parabrezza. Quando piove, e tutto si fa grigio, ricorda certe costruzioni industriali inglesi, ma con più grazia. Al sole brilla di maestria italiana.

La fornace. Dopo venti anni in sua compagnia, ancora mi colpisce al cuore.

La Fornace - Gennaio 2017

Tutto qui parla di lei, ma ormai in pochi lo sanno. La fornace è ovunque. Se scavi tra le vecchie fondamenta delle case, emergono cocci rotti. La terra e il cemento si mischiano al rosso del gres e del cotto. I “rotti” venivano accumulati e, fino a quando le normative non l’hanno considerato rifiuto industriale, erano usati come materiale di drenaggio o riempimento. Il paese poggia sulla fornace.         

Anche alcune vecchie vigne delle colline circostanti, allineate su pendii scoscesi, conservano, ai loro piedi, cumuli di trito nascosti in profondità. L’acqua li trova e se ne va veloce, lasciando asciutte le radici. Lentamente, l’argilla, saldata e sterilizzata dal fuoco, torna a esser terra. 


Muro perimetrale esterno

La fornace è la storia del paese di Sieci. E il muro è il confine di un mondo ora nascosto. Ciuffi d’erba, qualche rovo in alto, nero di scarichi d’auto ferme impazienti. Ti sovrasta, e ti viene di pensare al peggio, al crollo imminente. Ma il nome lo sminuisce. Perché è barriera e diga. Non protegge dall’insidie esterne, ma è custode dell’interno. Abbraccia le vasche che circondavano la fornace, e ne tratteneva l’acqua. La fornace risucchiava migliaia di metri cubi d’acqua, diventava palafitta, castello sulle acque. E il muro era bastione. Alla sua altezza si proporzionava la sua base. A ogni metro di costruzione in altezza, si allargava di uno all’interno. Diveniva sprone inamovibile. Ridicolizzava le paure di chi non lo conosceva, e vedeva alti laghi d’acqua marrone premere con forza per uscire e invadere la strada. Muro sul lato esterno, muro sul lato interno, cemento e sassi di massicciata per il riempimento tra i due. 

          

Pieve di S. Giovanni a remole

Andrea è la memoria storica della fornace. Ci ha vissuto intorno fin da bambino, l’ha respirata e, entrato da ragazzo come giovane tecnico, ci ha trascorso tutta la sua vita lavorativa. Lo interrogo con curiosità. Mi risponde con entusiasmo e dovizia di particolari. Quando parliamo del muro, sorride: «Durante l’alluvione erano tutti terrorizzati. Pensavano che potesse crollare. Ma “quello”, può reggere una spinta enorme, con la base che ha.

È costruito per reggere la spinta dell’acqua. Interna o esterna poco importa». È il biglietto da visita della fornace. A Sieci, prima di lei, soltanto la Pieve. Un raro caso di Romanico Lombardo in
Toscana. Un romanico settentrionale. Come del nord erano originari anche i proprietari delle terre circostanti in quel periodo.
 Sembra che il fondatore della famiglia Albizzi, Raimondino, fosse tedesco e che si fosse stabilito in toscana verso la fine del dodicesimo secolo. Inizialmente ad Arezzo. I discendenti si sarebbero poi trasferiti da Arezzo a Firenze. E i fiorentini, chissà se per spregio, gli avrebbero limato una zeta dal nome. Sarebbero comunque diventati una delle famiglie fiorentine più facoltose e potenti, signori anche delle terre circostanti la Pieve di Remole. Proprietà che aveva come fulcro la fattoria Albizi di Poggio a Remole, che a sua volta controllava le numerose coloniche della zona.

Qui inizia la storia della fornace. In quell’angolo di terreno sabbioso, delimitato da un lato dal torrente Sieci e, dall’altro, dall’Arno. Un angolo pressoché retto, pianeggiante ma ai piedi delle prime ripide colline. In un punto imprecisato del tempo, ma sicuramente nella seconda parte del diciottesimo secolo, l’esigenza di manutere le proprietà e gli immobili della zona, spingono il fattore di Poggio a Remole, ad avviare una produzione di laterizi. Nasce quindi un’autoproduzione, proprio in questo fazzoletto di terreno, dal quale si accedeva facilmente alla “mota d’Arno”, e nel quale si poteva facilmente far confluire il legname, “stipe” e “fastelle” per la cottura di mattoni e di tutti i manufatti necessari.

Mentre aspetto che la fila si muova, ripenso alle giornate trascorse a montare pannelli per campionature. Li, sotto quell’edera, nella parte bassa del vecchio fabbricato, accedibile fino a pochi anni fa, ho lavorato nel lungo corridoio che aveva come parete laterale, il fronte lungo dell’ellisse del forno Hoffmann. Di quello che ne rimaneva. Una parete inclinata, in mattoni, spessa alla base circa un metro, nella quale si aprivano le aperture a volte delle camere del forno. Una struttura bellissima e affascinante. Sopra di me, il moncone della ciminiera. 

Plantario del Paganelli
Piastrelle multicolore su laminato nero, per clienti di tutto il mondo. Nero come il fondo del nuovo, e ultimo, marchio dell’azienda, sul quale spiccava una “B” bianca e la scritta “Brunelleschi 1774”. Bel numero, bel marchio. La fornace è vecchia. Qualcuno riportava che la fornace, uscita dalle esigenze aziendali, aveva fornito il materiale per la costruzione del palazzo pretorio di Pontassieve, proprio in quell’anno.  Non so quale fosse la fonte, o se fosse solo una trovata pubblicitaria.

Ma il periodo storico è quello. Certo è che, nel 1761, il “plantario” del Paganelli, una raccolta di suggestive mappe della zona redatte da dall’omonimo e benemerito cartografo, non riporta notizie relative ad una fornace ubicata in questi luoghi. Un tabernacolo, osteria e case. L’inventario dell’archivio storico della Famiglia Albizi invece riporta, nel 1786, le “Entrate e uscite delle fornaci delle Sieci di Filippo degli Albizi”. Quindi, già in questi anni si tiene l’amministrazione di una vera e propria attività produttiva, anche se ancora lontana dal poter essere chiamata industriale. Da quest’anno in poi la storia prende forma e si evolve. 

Estratto del Catasto (1820)
La manodopera era comunque saltuaria, e reclutata secondo le esigenze della Fattoria. L’antico lavoro a chiamata, tanto di moda oggi. L’unica presenza costante era quella del “mastro fornaciaio”. Una figura che ormai oggi è in via d’estinzione, e sopravvive solo nelle piccole fornaci
di oggetti e laterizi fatti a mano, cotti ancora con metodo tradizionale. Le prime tracce “pubbliche” dell’esistenza della fornace si trovano, invece, sulle mappe del Catasto Generale toscano del 1820; si notano due edifici principali che erano sicuramente le due fornaci, una per la produzione di laterizi e calcina, l’altra per la produzione di quello che era chiamato “lavoro sottile”.

«Quando ero bambino – mi dice Andrea- scavarono accanto al ponte della ferrovia, subito dopo che lo passi, sai? Ecco, a un certo punto trovarono uno strato di terreno tutto bruciato. Abbastanza spesso. Ed io, cercando di rimettere insieme la storia della fornace, ho sempre pensato che in quel punto ci fosse stato il vecchio forno, il primo. Proprio in quel punto». In ogni caso di quel nucleo originario non è rimasto niente, anche perché proprio in quella specifica zona avverrà il primo passo verso l’industrializzazione.  Il 14 gennaio 1842 muore il marchese Amerigo degli Albizi, e si estingue il ramo fiorentino della famiglia e il patrimonio passa in mano al ramo francese della stessa. Nei ritratti dell’epoca, Vittorio degli Albizi, se si esclude la retorica delle pose usuali a quel tempo, colpisce per lo sguardo attento, poco impomatato, curioso. 

Busto e Targa a Sieci

Alle spalle mi sono lasciato la piazza del paese, dove è collocato il suo busto e una lapide commemorativa.  Il busto non gli rende giustizia, ma la lastra di marmo, in questa piazza devastata e resa asettica dall’ultima ristrutturazione, riporta le indubbie doti in campo agricolo e produttivo di Vittorio, “collocata innanzi la scuola perché la nuova generazione dai primi anni apprenda le virtù dell’estinto”. Virtù che erano molteplici e sempre vincenti. Fu il primo a introdurre nuovi metodi di viticoltura per l’incremento della produzione nelle fattorie di proprietà della zona.    

Quando morì, il 14 marzo 1877, la proprietà fu rilevata dalla sorella Leonia Anna, moglie di Angelo Frescobaldi. Vittorio non si era mai sposato, ma le vigne sulle quali aveva profuso tanto impegno e spirito innovativo, erano in buone mani. Le vediamo ancora oggi, tutt’intorno, ben drenate. 

 E la Fornace? La fornace nel 1877 era già ultimata ed era diventata la “fabbrica delle terre cotte posta alle Sieci”.

Pochi pedoni alle Sieci. La strada prevarica tutto, con il suo rumore e i suoi scarichi. Fino a poco tempo fa ancora vedevo gli anziani fuori, sulle panchine. Con qualcuno avevo anche lavorato. L’estraneità alla storia del luogo dei pochi passanti ancora mi stupisce. Perché la fornace ha fatto crescere questo paese. Nel 1833 vengono censiti 766 abitanti. Nel 1840 sono già 800. E così nel tempo, con incremento costante. Intanto Vittorio degli Albizi decide d’importare nuove tecnologie dalla Francia, con le quali dare inizio alla produzione di speciali embrici di copertura, in seguito chiamati "marsigliesi”. Insieme alla tecnologia aveva assunto anche maestranze specializzate francesi, proprio per avviare la produzione. Da qui il nome degli embrici.

È il 1850, ed è l’anno della costruzione del primo nucleo industriale. Proprio al crocevia tra i due fiumi, sul sito della primitiva fornace. Di questa parte, adesso non rimane niente, abbattuta dalla guerra, e dai danni di guerra. Solo la ciminiera è in piedi. Ha qualche piccola crepa in alto, ma svetta ancora su tutta la sterpaglia che la circonda. In un angolo, nascosto dentro un piccolo capannone, ci sono ancora pochi metri del primo forno Hoffmann.

«Hai visto che ha due buchi in basso invece di uno? Uno era per il ricircolo dell’aria, ma l’altro l’avevano previsto per il gas. Pensa un po’. Ma credo che non abbia mai funzionato e sono andati sempre a lignite».

foto aerea 1929

Vedo Andrea che mentre parla ha gli occhi illuminati.

Nel 1860 la fornace ha 24 addetti fissi, e continua ad espandersi. Nel 1870 sorge il secondo nucleo, quello che si vede adesso dalla strada provinciale. Il castello sulle acque. Alla conduzione dello stabilimento viene nominato l’ingegner Leonida budini, che incrementa fortemente la produzione e, soprattutto, la diversifica.

Grazie anche alla nomina di Firenze come capitale d’Italia. Non proprio l’ultimo arrivato, l’ingegner Budini. Membro del collegio degli architetti e degli ingegneri di Firenze, era stato parte attiva nello studio e nella verifica della progettazione di Firenze capitale e dei lavori d’ammodernamento viario del capoluogo. E anche la fornace era un piccolo capolavoro.

«Il muro. Ti ricordi vicino al porto, quei tubi in cotto all’interno del muro? Il muro che hanno troncato negli anni ’50 per fare i nuovi capannoni! Ecco, quei tubi portavano l’acqua motosa, “le torbide”. Aspiravano con le idrovore e l’acqua scorreva nel muro. Poi c’era un sistema di serrande, e decidevano loro quale margone allagare». Il “porto” era una vasca in muratura, provvista di fondo, nella quale accedevano i “barchetti” carichi di “mota d’Arno” o di rena, usata come smagrante. Dopo averla fatta riposare a lungo, con l’argilla ottenuta, si producevano mattoni. Mentre per le tegole “modello Pelago”, la mota d’Arno veniva mischiata con il Galestro. Per uno strano scherzo del destino, questo materiale, era estratto dal torrente Vicano, luogo vicino al quale terminerà la storia della Fornace. Questo tipo di lavorazioni avvenivano nel primo nucleo, quello alla confluenza dei fiumi. Nell’altro, il più recente, la produzione era varia. Dopo essere stati allagati, “i margoni”, che altro non erano che enormi vasche all’aperto, si prosciugavano, lasciando sul loro fondo uno strato di argilla. Era poi raccolta, trasportata ai piani bassi dei capannoni, lavorata e spostata in alto per l’essiccazione. Entrambi i capannoni avevano il loro forno ellittico Hoffmann.

Cartolina 1929

«Li vedi nella foto quei barchetti con i quattro scompartimenti? E guarda quella specie di barca con il tetto. È una draga. Avevano pensato a tutto. Se c’era una piena potevano far entrare anche l’acqua dal porto. In qualsiasi momento, per un guasto o per qualsiasi esigenza, potevano prendere la draga e aspirare vicino al fondo, riempendo quegli scompartimenti d’acqua motosa. Poi la portavano nel porto. Non rimanevano mai senza materiale.».

Andrea è un tecnico vecchia maniera, di quegli che, una volta finita la scuola, riceve in regalo, dai genitori, il regolo calcolatore e il calibro. Mi affascina, facendomi scoprire cose che ho avuto per anni davanti agli occhi e non capivo.

«Quelle sono le piazze dei mattonai. E non pensare che fossero tutti dipendenti quelli che formavano e mettevano ad essiccare i mattoni. C’era chi faceva il cottimista, e rivendeva i mattoni crudi alla fornace». Nelle foto dell’archivio Alinari si vedono bene le piazze dei mattonai.

Le piazze dei Mattonai

Adesso il porto è interrato dalle piene e semidistrutto dalla ristrutturazione degli anni 50. La statale è stata allargata, un muretto la delimita, e la striscia di sabbia rimasta, serve solo alle nutrie. Nessuna traccia rimane.

Il 6 settembre 1878 viene inaugurata la nuova stazione ferroviaria delle Sieci, nata proprio in funzione della fabbrica. Fino ad allora la rete ferroviaria, costruita nel 1862, aveva transitato accanto alla fornace. La Regia Rotabile Firenze –Arezzo.

Una mattina, in estate, quando ancora ero magazziniere, una distinta signora oltrepassò il cancello. Si avvicinò, aspettando che finissi con il carrello elevatore. Poi estrasse dalla borsa un pezzo d’embrice, con la scritta “fornaci alle Sieci”. Voleva sapere se ne avevamo ancora; doveva ristrutturare il suo tetto. Le dissi che erano tantissimi anni che non li producevamo più, e che non potevo aiutarla. Magari poteva tentare con un fornitore della sua zona.  Sorrise. «Sono in vacanza in Italia ed ho ereditato una casa dai miei genitori. Ma la casa è a Rio de Janeiro». 

Erano arrivati lontani i marsigliesi delle Sieci. Caricati sui treni, avevano attraversato l’oceano. Quando camminavo nel piazzale di carico, ogni tanto l’asfalto si screpolava in lunghe linee dritte. La sotto, ancora c’erano le vecchie rotaie che consentivano l’accesso dei vagoni alla fabbrica. Ora risentivano del peso della lunga fila di autotreni che le calpestavano.

Nel 1881 gli Albizi-Frescobaldi vendono la fornace alla “Società autonoma fornace alle Sieci”, della quale comunque facevano parte, come si rileva dai libri contabili della fornace, presenti fino al 1900. Questi sono gli anni di un ulteriore sviluppo tecnologico, con l’installazione di due motori a vapore fissi con una potenza di 140 cavalli, e l’installazione di 19 macchine per la produzione dei laterizi. I dipendenti variano, a seconda della stagione, tra gli 80 e i 120 uomini, una ventina di ragazzi e circa 30 donne.

«In pratica era un mondo autosufficiente. Certo, compravano il carbone, la lignite e dovevano procurarsi il galestro, ma per il resto erano autosufficienti. C’era la stalla, perché la mota la trasportavano, dai margoni ai capannoni, con dei carretti tirati da asini e cavalli, e quindi c’era lo stalliere. Vedi quella piccola ciminiera? Quelle erano le caldaie e il caldaista era una delle figure più importanti dello stabilimento. C’era l’officina, con i meccanici. C’era tutto».

La fila d’auto si muove e l’incrocio s’avvicina. Sono praticamente sopra il porto, nascosto sotto la strada. E’ stato abbandonato alla fine della seconda guerra mondiale, insieme ai margoni. Nel 1920 fu introdotta la produzione delle cosiddette Tomettes, piastrelle esagonali per pavimenti, mentre continuava la produzione di mattoni, marsigliesi e torrette da camini. E gli occupati salirono a 400. E’ questo il periodo in cui comincia l’impatto ambientale maggiore della fornace sul paese circostante, causato dall’uso del carbone e della lignite. La cosa andrà poi a peggiorare negli anni ’30, quando iniziò una riconversione dello stabilimento che portò a una produzione di gres rosso, ottenuto tramite pressatura a secco. Una tipologia di lavorazione che sprigionava notevoli quantità di polvere. 

Ciminiera a fabbrica attiva
Spunta la cima della ciminiera, e sono giunto quasi all’incrocio. Non emette fumo da quegli anni. Il forno fu spento proprio in quel periodo, esaurendo la produzione di mattoni, per altro di scarsa qualità. E poi arrivò la guerra. La fabbrica sequestrata e trasformata in deposito munizioni.

Fu bombardata, e le bombe cadevano proprio qui, nel tentativo di distruggere il ponte sul fiume Sieci e d’interrompere la statale. Proprio oltre questo incrocio, c’era una grande segheria, rasa al suolo da un bombardamento.

Alla fine della guerra, riprese la produzione del gres Rosso, ancora con il vecchio forno che oramai era datato. 

         

Fu intrapresa quindi l’ennesima ristrutturazione, culminata nel 1956 con l’accensione del primo forno a tunnel e con l’adozione di moderne presse tedesche Dorst.

«C’era una scelta molto attenta del prodotto. Il gres poteva variare di colore a seconda dell’intensità della cottura. Quando tendeva al violaceo, significava che era stato sottoposto ad una temperatura più alta. E quindi veniva scelto anche in base a questi toni. Sai che facevano con lo scarto? Lo sistemavano per bene, nelle strade interne, in verticale, come fondo carrabile. Ma si trattava sempre di piccole quantità».

Nel 1962 viene avviato un secondo forno a tunnel, con il conseguente spegnimento dell’ultimo Hoffmann, il più recente, ormai obsoleto. Nel frattempo sui vecchi margoni, vengono realizzate tettoie e strutture utili alla nuova conformazione dello stabilimento.        

Nel 1976 inizia il declino del mercato del gres smaltato e l’azienda opera l’ennesima riconversione aziendale, che culmina con il passaggio dello stabilimento alla società “Ceramiche Brunelleschi”.   

Andrea già ci lavora da 8 anni.

Attraverso una serie d’investimenti per l’acquisto di nuovi macchinari, e dopo diversi anni di studio, intorno al 1980 viene avviata una produzione di cotto smaltato. La base è in argilla imprunetina, trasportata ogni giorno alle Sieci con camion, estrusa e smaltata in verticale. Insieme allo smalto è miscelata una speciale colla, che consente allo smalto stesso di non scivolare dalla piastrella in verticale. È un successo clamoroso, tanto che, negli anni successivi, le aziende concorrenti, venderanno i propri prodotti dichiarandoli “tipo Brunelleschi”. 

Ingresso all'andito

Nel 1991, al mio ingresso in Azienda i dipendenti sono 127 e il fatturato sfiora i 40 miliardi di lire. I vecchi capannoni, che negli ultimi anni servivano solo come magazzino al coperto, stavano per essere chiusi perché il tetto dava segni di cedimento. Ho sempre pensato che fossero bellissimi. Li esploravo, data la passione di mio padre per l’edilizia antica. Che è diventata, oggi, anche la mia passione. E il mio lavoro. Erano massicci, con il timpano triangolare e quell’occhio centrale, il tutto sovrastato dal cornicione a sbalzo. Erano uniti da una specie di ballatoio coperto, chiamato “andito”.  Le scale interne erano in pietra serena, praticamente autoportanti. 

Scala interna in Pietra Serena

Le ringhiere in ferro battuto. I pavimenti in legno, inchiavardati su grandi travi di legno. Le colonne erano collegate da longarine in ferro. Così come i muri, erano costituite da un insieme di mattoni e pietre sbozzate a mano.

Colonne portanti

«Hai visto che le longarine non sono nel centro della colonna? Quando hanno fatto la ristrutturazione del 1956, avevano bisogno di ferro per realizzare il forno a tunnel, e ne hanno tolta una su ogni lato di ogni colonna».

Scuote il capo Andrea, per l’azzardo pensato e realizzato. Ma non è questo che ha ucciso la fornace.

Montacarichi, essiccatoio, pianetti
Dei 40 miliardi, e di quegli degli anni precedenti, pochissimi saranno investiti. Nessun investimento in tecnologia, pochi in ricerca. Così come tante volte in passato, la fornace avrebbe dovuto cambiare pelle. Ma questa volta, non ci riesce. Il cotto smaltato perde mercato in maniera repentina, e nel novembre del 1999 s’inizia a parlare di fallimento.

Ho partecipato alla maggior parte delle riunioni sindacali, per diversi anni, come rappresentante de
i lavoratori. E ho visto nascere la fine. La fornace era rimasta incastrata nel paese, tanto che esistevano le Sieci di sopra e le Sieci di sotto. Come adesso le auto sono in coda, lo erano anche allora.  

La fornace iniziava a essere un problema. Anche se aveva ridotto drasticamente il suo impatto ambientale, era comunque al centro di un paese e affacciata su una trafficata strada provinciale. È in quel momento che s’inizia a parlare di spostamento, di riqualificazione dell’area, di nuova viabilità, di nuovi siti produttivi. L’area si estende per 33.000 metri quadri, compresi i capannoni storici. Più i volumi degli stessi. Si valuta anche il ricorso all’edilizia residenziale, per un ritorno economico degli eventuali investitori privati. 

Reparto mosaici
L’amministrazione comunale pensa a un uso universitario degli immobili, magari per la facoltà d’agraria che ben si sposerebbe con questo territorio. Magari in promiscuità con una grande attività commerciale, e con una parte residenziale che s’integri con i capannoni monumentali. Anche un piccolo parco e la ciminiera del vecchio Hoffmann, al centro di una rotatoria. Resterà il migliore dei progetti, anche per gli anni a seguire. 

Ma non basterà ad evitare il fallimento. Subentrerà un nuovo investitore, uno dei leader in Italia per la commercializzazione dell’argento, che rileverà l’azienda e, nelle condizioni precedenti e con gli stessi prodotti, riavvierà l’azienda per spegnerla all’inizio del 2003. Era chiaro che la vicenda e la vita della fornace, non era più relativa all’attività produttiva, ma riguardava il carattere residenziale del recupero dell’area. 

Eravamo rimasti in 37, ma provammo a resistere. Presentandoci ogni mattina al lavoro,

Area Laboratorio di Ricerca

restaurando gli spogliatoi e tenendo gli impianti in ordine. Senza stipendio. L’amministrazione comunale ci fu vicina e sancì che, per iniziare a parlare di recupero dell’area doveva essere presentato un progetto di salvaguardia dei posti di lavoro, in un nuovo sito produttivo. L’azienda passò quindi nuovamente di mano, rilevata dal più grande gruppo di costruzioni della provincia di Firenze. Ripartì davvero, anche con slancio, e studiando il modo d’inserirsi nuovamente nel mercato con nuovi prodotti, grazie a nuove tecnologie. E un nuovo stabilimento effettivamente fu costruito, proprio vicino al torrente Vicano, che forniva un tempo il galestro, e dove era sorta, negli anni ’70, una ceramica che apparteneva allo stesso proprietario della fornace dell’epoca. 

Il vecchio essiccatoio
In qualche maniera si univano e morivano nello stesso momento, perché, proprio prima del collaudo degli impianti, arrivò fulmineo l’ultimo fallimento, quello definitivo.

Sono passati otto anni. La fornace è ancora ad aspettare. 

Nel frattempo, quello che era un marchio storico, e che doveva essere legato al territorio e alle attività tipiche della zona, se ne è andato ad abbellire le confezioni di gres porcellanato di una delle centinaia di aziende che producono gres porcellanato a Sassuolo. 

Quello che era il nuovo stabilimento è stato smembrato e venduto. Le professionalità perdute. Rimane solo la fornace. Che non sta bene. La vegetazione ha cominciato a crescere troppo rigogliosa sulla sommità dei muri.    

Le piante di fico insinuano le loro radici fra i sassi. Fra poco tempo cominceranno i piccoli crolli.

Cornicione con piante di fico


Poi l’acqua continuerà a lavare la malta. Gli uccelli a portare semi. Ha bisogno d’aiuto. Ha bisogno di una manutenzione per affrontare il tempo e l’immobilismo di questi anni. Ha bisogno di coprirsi.

D’impermeabilizzare le parti a rischio, in attesa che accada qualcosa.

Reparto smaltatura



Difficile aiutare la fornace. C’è bisogno di riportare la sua storia sotto i riflettori. Siamo tutti consapevoli dello scoglio rappresentato dalla bonifica. Un impatto economico non indifferente. Nello stesso tempo è ormai evidente che, il solo modello di crescita economica, quello che poi ha condizionato la vita stessa della fornace, non è perseguibile, se non è affiancato al miglioramento della qualità di vita delle persone e del paese. 



Prima della chiusura dello stabilimento, a impianti ormai smontati, l’azienda ospitò una bellissima mostra di pittura.

Mostra di Pittura

Sarebbe bello che la fornace diventasse un luogo per  eventi culturali. Ma che nello stesso tempo fosse il punto d’unione delle aziende del territorio, con tutte le sue molteplici valenze. 

O che potesse essere una fucina di startup. 

O un luogo destinato al coworking. 

Un luogo dove dare spazio ad associazioni che si occupano d’accoglienza, d’accompagnamento, d’organizzazione d’eventi e altro ancora. 

C’è comunque bisogno di una sinergia tra pubblico e privato, affinché ci possa essere un piano economico valido e futuribile. La fornace è la storia di questo lembo di territorio. E aspetta noi.

Verde al semaforo.

Pronti. Partenza.

Paolo Vaggelli

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NOTE:

Paolo ha lavorato alla Brunelleschi Spa, dal 1992 al 2011 quando la fabbrica chiuse.

Altre storie brevi di Paolo: https://ilmiolibro.kataweb.it/utenti/454993/paolo-vaggelli/

Alcune foto sono di Paolo e dell'Associazione "Vivere in Valdisieve" - Alcune foto storiche invece sono estrapolate dal VIDEO: L'odissea Brunelleschi, di Paolo Vaggelli. Altro video clip di Paolo Vaggelli: Brunelleschi 2012. Altre sono state recuperate da materiale storico o trovate in internet. 

Per esercitare eventuali diritti di copyright su qualcosa che ci può essere sfuggito, si prega di scrivere a vivereinvaldisieve@gmail.com fornendo indicazioni dettagliate sulla foto in questione.

GRAZIE

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