Associazione Ambientalista a carattere volontario ed apartitica, che si configura quale associazione di fatto. Essa non ha alcuna finalità di lucro. L’area di svolgimento delle attività dell’Associazione è delimitata ai comuni della Valdisieve.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

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mercoledì 11 marzo 2026

Comunicato Stampa Rete Toscana Beni comuni e Zero PFAS Toscana

10-3-2026                                                               Le Associazioni (Forum Toscano Movimenti per l’Acqua ODV, Atto Primo ODV e Associazione per i Diritti dei Cittadini APS) che fanno parte della Rete Toscana Tutela Beni Comuni e di Zero PFAS Toscana chiedono risposte alla Regione Toscana e ai suoi bracci operativi: AUSL e ARPAT sul rispetto delle norme di legge, della trasparenza e della partecipazione!
“Oltre un mese fa abbiamo presentato un accesso agli atti – spiegano le Associazioni – chiedendo alle tre USL toscane se avessero attivato tutte le procedure previste dal D.Lgs. n.18/2023 (come controlli esterni) e dal D.Lgs. n.102/2025, per l’adozione dei programmi di controllo sulle acque potabili previsti dalle norme sui PFAS e copia del programma di controllo; la stessa richiesta è stata rivolta ad ARPAT, in quanto Ente competente per le analisi delle acque destinate alla potabilizzazione”.
Ebbene, la USL Sud Est ci ha risposto in modo esaustivo e solerte inviandoci anche il cronoprogramma di controllo delle acque INFORMANDOCI purtroppo che il Laboratorio di Sanità Pubblica dell’Azienda USL Toscana Nord Ovest, incaricato di svolgere le analisi, non ha ancora dato disponibilità alla ricezione di tali campioni.
L’USL Nord Ovest ha confermato di non essere attualmente in grado di effettuare le analisi sui PFAS, nonostante la legge imponga la ricerca di tali parametri. Ha inoltre comunicato che è stata espletata una gara per l’acquisizione della strumentazione necessaria (senza indicazioni sui tempi) e che per tali analisi si stanno predisponendo convenzioni con ARPA Veneto, Istituto Zooprofilattico Sperimentale Toscana Lazio e ulteriori analoghe convenzioni con laboratori esterni accreditati (che contesteremo se dovessero coincidere con quelli dei gestori del servizio idrico).
L’USL Centro, ad oggi, non ha fornito alcun riscontro.
“Chiediamo – commentano le Associazioni – quando entreranno pienamente in funzione tutte le procedure previste per effettuare le analisi disposte e, risposte formali dall’ex Assessore alla Sanità Bezzini, sulle ragioni che hanno determinato un ritardo così significativo, nonché all’attuale Assessore Monni su come intenda recuperarlo. Riteniamo infatti grave che, a distanza di due mesi dall’entrata in vigore della legge che limita la presenza di PFAS nelle acque potabili, non sia ancora possibile disporre di alcuna analisi”.
Sorge inoltre un interrogativo che non può essere ignorato, anche alla luce di una risposta rilasciata al giornale Avvenire, in cui l’allora assessore all’Ambiente dichiarò che i PFAS non rappresentavano una sua priorità: oggi, nel ruolo di assessore alla Sanità, come si concilia tale posizione con l’assenza dei controlli previsti dalla legge?
ARPAT ci ha risposto – proseguono le associazioni – informandoci di aver avviato dal 2017 il monitoraggio di 6 PFAS nelle acque destinate alla potabilizzazione e che tale rete è attualmente oggetto di revisione nell’ambito di un tavolo con Regione Toscana e Servizio Idrico Integrato.  Inoltre, pur non avendo competenze dirette sulle 30 molecole per le quali sono previste analisi nell’acqua potabile, ha condotto con successo prove su 14 di queste e sta ampliando le analisi alle 30 che costituiscono la Somma PFAS.
Ha infine riferito di svolgere analisi sulle acque di scarico, sui sedimenti e sulle polveri derivanti dai controlli della qualità dell’aria. Ci AUSPICHIAMO che sia avviato un confronto continuo con ARPA Veneto e Piemonte sulle metodologie già da loro adottate.
“Gli aspetti da approfondire sono ancora tanti e i ritardi che emergono inaccettabili, – proseguono le associazioni – continueremo a vigilare e a chiedere chiarimenti come sulle procedure di infrazione commisurate all’Italia per quanto di competenza regionale”
L’ infrazione n° INFR 2207/2025 concerne il non corretto recepimento della direttiva quadro sulle acque, direttiva 2000/60/CE, quindi l’obbligo di eseguire il riesame periodico dei permessi relativi alle risorse idriche (programmi che devono comprendere misure volte al controllo dei diversi tipi di pressioni cui sono sottoposti i corpi idrici, quali l’estrazione, gli scarichi da origini puntuali e le fonti diffuse di inquinamento).
Dato che le autorizzazioni ai prelievi vengono rilasciate da organi regionali e un DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE (21 APRILE 2015, n. 51/R) disciplina proprio gli obblighi di misurazione delle portate, dei volumi dei prelievi, delle restituzioni di acqua pubblica e delle modalità di trasmissione dei risultati delle misurazioni.
  • chiediamo il motivo per cui, nell’adozione del nuovo Piano di Tutela delle Acque (iniziato nel 2024 con l’allora Assessore all’Ambiente Monni, con una procedura ad oggi non conclusa), non troviamo traccia dei prelievi da acque superficiali e di falda da agricoltura e industria (risultano disponibili dati soltanto sui prelievi del Servizio Idrico Integrato sul sito dell’Autorità Idrica Toscana), né di come vengano restituite le acque dalle attività produttive dopo l’uso.
Riteniamo che il compito di colmare tale lacuna spetti al nuovo Assessore Barontini, dal quale aspettiamo ancora risposta alla nostra richiesta di incontro istituzionale   nella quale lo abbiamo informato dell’intenzione di discutere, tra gli altri temi, anche del rispetto delle norme della legge regionale 69/2011 e della necessità del rinnovo o reinsediamento del Comitato per la qualità del servizio idrico integrato e di gestione integrata dei rifiuti urbani, nel rispetto dei principi di partecipazione previsti dalla normativa regionale. La politica si deve ricordare che escludere i cittadini attivi dai processi decisionali non è un segnale positivo per la salute della democrazia.
Forum Toscano dei Movimenti per l’Acqua ODV- Atto Primo Salute Ambiente Cultura ODV -Associazione per i Diritti dei Cittadini-ADiC Toscana APS

giovedì 25 novembre 2021

Montecristo disastro ambientale: i fatti nel 2012, la Sentenza della Magistratura del 2014!

 14 TONNELLATE DI ESCHE AVVELENATE SU MONTECRISTO: I SEGRETI DELL’ENTE PARCO (Fonte: https://www.giglionews.it/quattordici-tonnellate-di-esche-avvelenate-su-montecristo-i-segreti-dellente-parco?fbclid=IwAR2zE6Vm-Evgc23kXThN-JlcJqbiyLIFoUFsf5uMF1l7-P5gYE1OXhiaE98)

Mentre i telegiornali di tutto il mondo riportavano il devastante disastro del naufragio della Costa Concordia al largo delle coste del Giglio, un'altra tragedia si stava consumando silenziosamente a pochi chilometri di distanza, sull'isola di Montecristo. Considerata il cuore dell'Arcipelago Toscano, Montecristo, Riserva Naturale Biogenetica dello Stato Italiano, è uno dei luoghi più protetti ed inaccessibili del Mediterraneo. Composta da un gigante ammasso granitico che si erge dal mare fino a quota 645 metri, è caratterizzata da liscioni a forte pendenza che strapiombano giù, immergendosi nel mare un tempo incontaminato. Per non disturbare questo fragile ecosistema, i visitatori devono chiedere di partecipare a una delle rare escursioni estive sui sentieri della Cala Maestra. Solo pochi ricercatori possono ottenere un permesso speciale per visitare l'isola senza vincoli. È in questo ambiente, un tempo incontaminato, che nel 2012 l'Ente Parco ha deciso di realizzare il progetto “Life-Montecristo 2010”, finanziato con circa 1,6 milioni di euro, disperdendo via elicottero, su tutta la superficie dell’isola, oltre 14 tonnellate di esche contenenti “brodifacoum” (allegato 1), un veleno noto per essere persistente nell'ambiente ed altamente tossico anche per gli organismi acquatici. La loro idea era di eradicare il ratto nero, presente a Montecristo dall’epoca dei Romani, con l’obiettivo di salvaguardare una unica specie di uccello marino, la Berta minore, non curanti degli effetti disastrosi che tale intervento avrebbe avuto sull’ecosistema.

GLI ESPERTI LO DEFINISCONO COME UN “DISASTRO ECOLOGICO”

Scienziati indipendenti ed esperti nel campo della fauna insulare descrivono l’effetto di una così massiccia quantità di “brodifacoum” dispersa nell’ambiente come un "disastro ecologico". Questo principio attivo è infatti un potente anticoagulante che, non essendo specie-specifico è responsabile dell'avvelenamento primario e secondario di una vastissima gamma di specie, poiché la sostanza entra nella catena alimentare attraverso innumerevoli canali e vi rimane per un tempo indeterminato. L'avvelenamento primario avviene quando un animale mangia direttamente il veleno (come avviene per Capre, Conigli, Gabbiano reale, Coturnice orientale, Uccelli granivori, Lucertole, pesci…); l'avvelenamento secondario avviene invece quando un predatore o uno “spazzino” si ciba di una preda che ha ingerito il veleno (ciò accade per rapaci notturni e diurni, Gabbiano corso, Corvo reale, serpenti, uccelli che si nutrono di insetti, anfibi come il Discoglosso sardo, pipistrelli…). L'avvelenamento primario e secondario, si possono tradurre in una lunga e straziante agonia, poiché la sostanza provoca emorragie interne e disidratazione che precedono la morte. Con questo veleno inoltre si ha bioaccumulo nell'ambiente. Per esempio, alcune specie di pesci possono consumare “brodifacoum” ad una dose sub-letale ed immagazzinare il veleno nel fegato. Se un predatore più grande, come un delfino o una stenella, mangia diversi pesci o crostacei contenenti piccole quantità di “brodifacoum”, il veleno si accumula nel suo organismo e può raggiungere un livello tale da causarne la morte. Studi recenti dimostrano che i residui di “brodifacoum” possono permanere nei pesci fino a tre anni dall’ingestione. Date le forti pendenze delle pendici di Montecristo e la presenza di numerose “rughe” e fossi, oltre al veleno finito direttamente in mare a seguito del lancio dall’elicottero, ve ne saranno confluite numerose tonnellate dopo i primi forti temporali, che sono sopraggiunti quasi un anno dopo l’ultimo lancio. Circa un mese dopo queste prime piogge, nei primi mesi del 2013, è stato descritto un insolito numero di spiaggiamenti di cetacei nei litorali a nord e ad est di Montecristo. I risultati delle indagini sulla causa della morte di questi animali marini sono stati inconcludenti, anche se i contaminanti ambientali sono stati elencati come una possibile concausa della loro morte.

LA CAPRA AEGAGRUS DI MONTECRISTO ESISTE ANCORA?

La popolazione di capre di Montecristo era costituita, prima della realizzazione del progetto “Life – Montecristo 2010” da un 30% di individui appartenenti ai fenotipi di Capra aegagrus, l’egagro del Vicino Oriente, e da altri tipi di capre introdotti in tempi recenti (capre domestiche dell’antica razza corsa). La capra selvatica, Capra aegagrus, ha dato il nome alle isole Egadi, al Mar Egeo, ed all’Isola del Giglio (Aeghilion). Questa di Montecristo era l’unica popolazione di capre selvatiche esistenti in Italia. Come apprendiamo da un articolo pubblicato sulla rivista Mammalia nel 2015, il Prof. Marco Masseti, esperto di faune insulari, documenta come la popolazione di Capra selvatica, Capra aegagrus (Erxleben 1777), presente sull'Isola di Montecristo sin dal Neolitico, sia stata "drasticamente ridotta, se non quasi del tutto eliminata a seguito della realizzazione del Progetto LIFE+ Montecristo 2010 della CEE". Dopo la dispersione del pellet avvelenato durante questo progetto "Life", infatti, l'antichissima popolazione di Capra aegagrus è praticamente scomparsa dall’isola. Dopo questo “disastro ecologico” l’Ente Parco ha anche organizzato un grande e sontuoso evento, collocando cinque delle capre superstiti ancora presenti a Montecristo nel BioParco di Roma. Nessuno di quegli esemplari presentava il fenotipo dell'antica Capra aegagrus, l’egagro del Vicino Oriente, di cui gli ultimi esemplari di Montecristo sono probabilmente tutti caduti vittime del “brodifacoum”. Tale fatto viene confermato dalle analisi genetiche delle capre presenti a Montecristo successivamente all’avvelenamento generalizzato condotto dall’Ente Parco e coadiutori. In tale studio, effettuato nell’anno 2014, è stato confrontato il genoma delle capre ancora presenti sull’isola - derivanti dalle 43 capre messe al sicuro in un’area recintata durante l’avvelenamento - e le capre di Montecristo, del fenotipo egagro, che circa 10 anni prima – fortunatamente - erano state messe al sicuro in alcuni piccoli pascoli recintati dell'Italia continentale, tra la Toscana e la Liguria, da alcuni allevatori privati entusiasti. Ebbene queste analisi genetiche hanno rivelato che gli esemplari di Capra aegagrus presenti ex situ, possiedono 27 alleli che non si trovano più nei genotipi della popolazione isolana, a conferma che le capre selvatiche originali sono state eradicate da Montecristo.

DALL’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE AL TRIBUNALE

Carlo Gasparri, cittadino elbano, grande sportivo e profondo conoscitore ed amatore del mare, ex campione mondiale di pesca subacquea, appena venne a conoscenza del progetto che stavano realizzando a Montecristo, denunciò l’ente parco alla Procura. Carlo Gasparri si è avvicinato all'isola dopo l’intervento dell’ente parco, su un’imbarcazione del Corpo Forestale dello Stato, ed ha assistito a quello che descrive come "un mare di gabbiani morti in un’isola silenziosa ed inanimata”. A seguito di tale denuncia, in data 15/02/2012, il Senatore Lucio Barani, presentò al Ministero della Salute ed al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, l’interrogazione n. 4/14926 (allegato 2), esponendo tutte le violazioni della legge commesse dall’ente parco e coadiutori e le gravissime conseguenze in termini di danno alla Fauna ed all’Ambiente sia terrestre che acquatico, che ne sarebbero derivate. Il Ministro della Salute, Renato Balduzzi – purtroppo tardivamente - richiese il parere tecnico-scientifico al Centro di Referenza Nazionale per la Medicina Forense Veterinaria istituito presso l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana. In tale parere (allegato 3), si precisa come “il “brodifacoum” risulta essere, sulla base della più recente letteratura scientifica disponibile sull’argomento, a rilevante persistenza ambientale. A causa della scarsa degradabilità di questa molecola nell’ambiente, dopo la sua dispersione sia attraverso appositi contenitori che con mezzi aerei, si determinano notoriamente numerosi casi di avvelenamento primario e secondario in un vasto numero di specie animali, anche non bersaglio, compresi mammiferi, uccelli, invertebrati e rettili (…). Sul problema della persistenza ambientale del brodifacoum (…) esiste una vastissima bibliografia risalente già agli anni ‘90”.

Il medesimo parere tecnico-scientifico evidenzia ancora come il “brodifacoum”, una volta disperso nell’ambiente, "vi rimane per molto tempo e entra nelle catene alimentari attraverso un gran numero di modalità che solo in parte sono attualmente note, ad esempio attraverso gli invertebrati che si nutrono delle esche, i residui di pellets non utilizzati, le feci di animali che hanno ingerito brodifacoum anche a dosaggi sub letali oppure resti di organi di animali morti per avvelenamento (…)”. Il danno arrecato all’ambiente, inoltre, si estende anche al sottosuolo, come evidenziato nella stessa relazione:“L’esposizione sperimentale a 500 ppm di brodifacoum miscelato al terreno ha provocato la morte dell’85% degli esemplari di lombrichi grigi (Apporrectodea caliginosa) dopo 28 giorni dall’inizio della sperimentazione”.

Sulla scorta di tale parere scientifico, che descriveva il “disastro ecologico” che si era ormai compiuto sull’Isola di Montecristo, il Ministero della Salute inviò tutta la documentazione del caso alla Procura di Livorno.

INTERVENTO DELLA MAGISTRATURA - SENTENZA G.I.P. DI LIVORNO N.39/14 DEL 21/01/2014 (allegato 4)

L’imputazione mossa a carico di Stefano VAGNILUCA - Capo dell’Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Follonica, Franca ZANICHELLI – Direttore dell’Ente Parco Nazionale Arcipelago Toscano, Vincenzo GRIMALDI – Commissario dell’ISPRA, Paolo SPOSIMO – della NEMO srl, riguarda gli articoli 110 e 650 del codice penale, rispettivamente “concorso di più persone al reato” ed “inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità”; tale imputazione, generica, che nulla rileva in ordine al grave danno cagionato all’Ambiente sia terrestre che marino, come sopra descritto, ha permesso agli imputati di ricorrere all’oblazione, pagando la sanzione pecuniaria prevista, senza che il Giudice potesse minimamente esprimersi sui fatti oggettivamente contestati. Pertanto il G.I.P. dichiarava non doversi procedere nei confronti degli stessi imputati, solo perché il reato loroascritto era estinto per intervenuta oblazione. Ciò ha reso possibile che nessun approfondimento giudiziario venisse realizzato nel processo descritto, ma gli atti allegati a detto procedimento (tra i quali tutti quelli dichiarati nel presente documento) attestano chiaramente la gravità del reato e dei comportamenti dei soggetti imputati che, pagando l’oblazione, non li hanno contestati e li hanno riconosciuti per esistenti. L’inerzia da parte del sistema giudiziario, come sopra descritta, ha dato poi la possibilità all’ente parco ed agli altri soggetti coinvolti, di ripetere tale intervento su altre realtà insulari. Inoltre, ci si chiede come mai istituzioni autonome che dovrebbero essere preposte al controllo ed alla salvaguardia dell’Ambiente, siano state inserite poi come soggetti beneficiari di ingenti finanziamenti, perdendo così, probabilmente, quella autonomia che è indispensabile per chi intende ed ha l’obbligo di svolgere un così importante compito di supervisione, controllo e tutela.

LE ERADICAZIONI DEL RATTO SONO DESTINATE A FALLIRE – IL RATTO RITORNA

Dopo le numerose tonnellate di “brodifacoum” disperse sull'isola e l'innumerevole numero di animali rimasti vittime di questa azione, nessuna evidenza scientifica supporta un risultato positivo del tentativo di eradicazione del ratto da Montecristo. La NEMO s.r.l, uno dei beneficiari del progetto, ha contribuito alla reintroduzione del ratto nel 2016, durante un test di efficienza dei contenitori per esche in cui 2 dei 14 ratti radiocollarati sono stati persi su Montecristo. Inoltre con il recente naufragio del peschereccio Bora Bora al largo delle coste di Montecristo nell'estate del 2019, nuovi ratti possano essere stati introdotti nella popolazione residua di ratti ancora presente sull'isola. Va sottolineato che nel tentativo di eradicare i ratti, vengono uccisi anche tutti i loro predatori naturali come i Barbagianni ed altri rapaci; così facendo l’isola sarà sprovvista dei predatori naturali indispensabili per il naturale contenimento dei roditori.

CONFLITTO DI INTERESSI E MANCANZA DI UNA RICERCA PRELIMINARE ADEGUATA

Nella richiesta di approvazione del progetto “Life - Montecristo 2010”, l’allora direttore dell’ente parco, Franca Zanichelli, affermava che, "trattandosi di un intervento direttamente connesso e necessario alla gestione del sito, non è soggetto a procedura di valutazione d'incidenza”. Tale affermazione denota l’assenza di uno studio approfondito di ciò che l’intervento di eradicazione del ratto avrebbe comportato in termini di impatto ambientale sull’intero ecosistema terrestre e marino.

Nel piano di eradicazione del ratto nero, Francesca Giannini (Parco Nazionale Arcipelago Toscano) afferma che: “durante la distribuzione via aerea delle esche, nonostante diversi accorgimenti che consentano di direzionare il lancio del materiale, è difficile evitare che del prodotto finisca in mare. Montecristo presenta un profilo di costa estremamente scosceso; detta morfologia favorisce infatti l’eventuale caduta in acqua delle esche per semplice rotolamento. Il principio attivo non è solubile in acqua, ma non si può escludere che il prodotto venga ingerito dai pesci al momento della caduta e quindi che esista un rischio di avvelenamento per ingestione diretta da parte della fauna ittica.”

La Giannini riporta i risultati di un test eseguito per determinare il rischio che il “brodifacoum” venisse ingerito dai pesci. I risultati hanno dimostrato che 9 su 28 specie di pesci osservati hanno dimostrato attrazione per l'esca (occhiate, saraghi, tordi pavone, donzelle, donzelle pavonine, sciarrani scriba e cabrilla, salpe, e tordo verde), con due specie che hanno mangiato ripetutamente l'esca (salpe e donzelle). Le sue osservazioni conclusive sull'esperimento sono state le seguenti: “la donzella e la salpa sembrano essere le specie maggiormente attratte dalle esche in termini sia di frequenza che di intensità di assaggio (entrambe le specie sembrano ingerire l’esca) (…) si evidenzia comunque che le due specie sono estremamente comuni e non inserite in elenchi di specie protette di convenzioni o direttive internazionali.” Scienziati indipendenti ed esperti in biologia marina sono sorpresi dalla mancanza di considerazione per l'eventuale immissione del “brodifacoum” nella catena alimentare marina con la possibilità di avvelenamento di tutta una serie di specie, dai piccoli crostacei ai cetacei come delfini e balenottere. Erano quindi consapevoli che il veleno sarebbe entrato nel mare e che i pesci lo avrebbero ingerito, contaminando così il “Santuario Internazionale dei Cetacei”.

"PRIMUM, NON NOCERE": QUESTO DOVREBBE ESSERE IL PRINCIPIO DA SEGUIRE

Mentre la storia di Montecristo è rimasta in qualche modo inascoltata, è nostra speranza che questo articolo non cada nel vuoto. Anche se non possiamo cambiare il passato, abbiamo la responsabilità di imparare da esso. All'Isola del Giglio, l’Ente Parco ed alcuni degli stessi beneficiari del progetto “Life-Montecristo 2010”, stanno procedendo a sterminare i nostri Mufloni e a coprire con teli di plastica nera il Fico degli Ottentoti. Il progetto "Letsgo Giglio" è rimasto segreto fino a pochi mesi fa, quando sono stati rivelati i dettagli inquietanti delle sue azioni. Dopo che la nostra comunità ha comunicato le sue preoccupazioni, l’ente parco ha fatto credere che i Mufloni sarebbero stati trasferiti in grandi riserve sulla terraferma quando, invece, solo tre sono stati rinchiusi nel piccolo Centro Recupero Animali Selvatici della Maremma, dove vivranno in cattività, dopo essere stati sterilizzati. Non avendo indagato preliminarmente sull’origine del nucleo di questi mufloni gigliesi, i promotori del progetto LetsGo Giglio non sono in grado di valutarne l’importanza genetica e fenotipica. Questo nucleo fu infatti costituito nel 1955 da Ugo Baldacci, per l’interessamento di alcuni dei più importanti zoologi italiani del tempo, Augusto Toschi, Alessandro Ghigi e Renzo Videsott, nel tentativo di scongiurare l’estinzione della specie in Sardegna e Corsica. Nel frattempo l’Ente Parco ha tenuto un corso di formazione per reclutare volontari in previsione dell’abbattimento collettivo dei Mufloni programmato dal 15 settembre. Molte persone ed esperti si oppongono al progetto "LetsGo Giglio" e quasi 5.000 firme sono state raccolte in una petizione per fermare lo sterminio dei Mufloni all'Isola del Giglio. Ogni progetto portato a termine dall’Ente Parco diventa un pretesto per compiere interventi analoghi nel futuro, così che anche disastri ecologici come quello di Montecristo potranno essere ripetuti. Questa politica di avvelenare indiscriminatamente le isole ed i mari, in spregio ai principi base dell'ecologia, non è accettabile. In medicina, c'è un detto dei Latini, attribuito al Medico greco Ippocrate: "Primum, non nocere". Questo dovrebbe essere il principio da seguire.

Ringraziamo Piero Landini per la foto in copertina.

I documenti destinati alle autorità sono stati richiesti agli uffici che li detenevano nel rispetto della normativa vigente.

Cesare Scarfo’ per SaveGiglio.org

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Operation Lehua.” YouTube, uploaded by Maggie Sergio, 9 Sept. 2017, youtu.be/1Q7YGcq5Lh8

The footage was taken on September 3, 2017 on Lehua Island, off Kauai. The green pellets are rat poison bait, dropped by Island Conservation just four days prior, https://youtu.be/1Q7YGcq5Lh8.

Siers, Shane, et al. “Brodifacoum Residues in Fish Three Years after an Island-Wide Rat Eradication Attempt in the Tropical Pacific.” Management of Biological Invasions, vol. 11, no. 1, 2020, pp. 105–21. Crossref, doi:10.3391/mbi.2020.11.1.08. https://www.reabic.net/journals/mbi/2020/Issue1.aspx

Sposimo P, Capizzi D, Cencetti T, De Pietro F, Giannini F, Gotti C, Puppo F, Quilghini G, Raganella Pelliccioni E, Sammuri G, Trocchi V, Vagniluca S, Zanichelli F, Baccetti N. 2019. Rat and lagomorph eradication on two large islands of central Mediterranean: differences in island morphology and consequences on methods, problems and targets, P. 234, VEDI LINK.

Sposimo, Paolo (NEMO Srl), Baccetti, Nicola (ISPRA), Giannini, Francesca (Parco Nazionale Arcipelago Toscano), Capizzi, Dario (ARP Lazio) “Piano per l’eradicazione Del Ratto Nero Rattus Rattus Nell’lsola Di Montecristo (Arcipelago Toscano).” Progetto LIFE NAT/IT/000353 - Montecristo 2010: Eradicazione Di Componenti Floro-Faunistiche Aliene Invasive e Tutela Di Specie e Habitat Nell’Arcipelago Toscano, Apr. 2011, pp. 1–36.

Sposimo, Paolo, and Tommaso Cenetti. “Valutazione Dell’efficacia Delle Misure Di Riduzione Del Rischio Di Reinvasione Da Parte Dei Ratti Nell’isola Di Montecristo e Loro Revisione – Dicembre 2016.” LIFE13 NAT/IT/000471 RESTO CON LIFE, 2016, pp. 1–10, VEDI LINK.

Pascotto E, Maset M, Tomè P. Aspetti tossicologici ed epidemiologici eell’avvelenamento da rodenticidi negli Strigiformi (Strigiformes) e possibili risvolti gestionali. Boll Museo Storia Naturale Venezia 2011; 61: 214-25, VEDI LINK

Zanichelli, F. Oggetto: approvazione documento “Interventi per l’eradicazione del ratto nero Rattus rattus nell’Isola di Montecristo (Arcipelago Toscano)” nell’ambito del progetto LIFE+ Montecristo 2010. Provvedimento del Direttore del 28 dicembre 2011, n. 822.

Fonte: https://www.giglionews.it/quattordici-tonnellate-di-esche-avvelenate-su-montecristo-i-segreti-dellente-parco?fbclid=IwAR2zE6Vm-Evgc23kXThN-JlcJqbiyLIFoUFsf5uMF1l7-P5gYE1OXhiaE98

lunedì 28 giugno 2021

ERCOLINI: IL M5S PRENDA LE DISTANZE DALLA NUOVA FRONTIERA DELL'INCENERIMENTO O SARÀ IL PARTITO DELL'INDUSTRIA SPORCA!

Riportiamo le dichiarazioni del presidente di Zero Waste Italy e garante del Coordinamento provinciale rifiuti-zero Livorno, Rossano Ercolini, a proposito della presa di posizione del deputato M5S Stefano Buffagni a favore del "riciclo chimico" della plastica e dei rifiuti indifferenziati:

"Eni più… Stefano Buffagni? Sembrerebbe di sì a leggere i suoi “peana” al riciclo chimico per produrre idrogeno dalla plastica.
Che tristezza: questo ennesimo scivolamento di coloro che erano contro tutto verso posizioni che interpretano la “transizione ecologica” come transizione politica, per stare in sella ripropone il male oscuro della democrazia italiana, il trasformismo.
Come si fa ad essere per Rifiuti Zero e contro gli inceneritori (come agitandosi, gridavano molti “portavoce” che ad ogni piè sospinto negli incontri pubblici ripetevano di essere paladini del professor Paul Connett e di Rifiuti Zero) e poi caldeggiare il riciclo chimico che rappresenta la nuova frontiera dei trattamenti termici? Come risaputo si tratta di processi di gassificazione catalitica che producono un’alta percentuale di ceneri, di acqua inquinata e di CO2.
Il Movimento 5 Stelle nelle sue espressioni parlamentari si assuma tutte le responsabilità di questa svolta improvvida. Essa avviene a pochi giorni dal 3 luglio, quando entrerà in vigore il bando europeo per le plastiche monouso. Le plastiche vanno ridotte e semmai riciclate. Se si sdoganano operazioni che rilegittimano la plastica usa e getta facendo passare la percezione che esse possono essere trasformate in idrogeno e/o metanolo (come vogliono Eni e Utilitalia), vuol dire che si “brucia” non solo l’approccio Zero Waste ma l’intero approccio “Cradle to Cradle” o di Economia circolare.
O il Movimento 5 Stelle prende le distanze da questa presa di posizione o per Zero Waste significherà ritenere questa formazione politica dalla parte del partito trasversale dell’industria sporca!"

giovedì 10 giugno 2021

Acqua non sicura: l’Italia rinviata alla Corte di Giustizia dalla Commissione europea

 Fonte articolo «Agenzia DiRE» all’indirizzo «www.dire.it»

Di Alessio Pisanò

La procedura di infrazione si riferisce ad alcune aree del territorio italiano, come la provincia di Viterbo, dove l'acqua potabile presenta livelli di fluoro e arsenico molto sopra i limiti

BRUXELLES – La Commissione europea ha deciso oggi di rinviare l’Italia alla Corte di Giustizia per inadempienza alla Direttiva europea sull’acqua potabile. Lo riferisce una nota stampa dell’organismo.

In particolare, la procedura d’infrazione si riferisce ad alcune aree del territorio italianocome la provincia di Viterbodove l’acqua potabile presenta livelli di fluoro e arsenico molto al di sopra dei parametri minimi previsti dalla direttiva. Stessa situazione nelle cittadine di Bagnoregio, Civitella di Agliano, Fabrica di Roma, Farnese, Ronciglione e Tuscania.

Il deferimento dello Stato membro alla Corte di Giustizia rappresenta la terza fase della procedura di infrazione. Se l’Italia mostrerà di non essersi adeguata per il tempo disposto dalla Corte alla Direttiva questionata, la Commissione potrebbe chiedere l’applicazione di una sanzione.

FONTE: https://www.dire.it/09-06-2021/642609-acqua-non-sicura-litalia-rinviata-alla-corte-di-giustizia-dalla-commissione-europea/?fbclid=IwAR1DMyJu3Gi4oBjUkBVlJLa6-_1WJiAI9TP1vdkcIFK4wBwb9TQN4tMkEJw

martedì 1 giugno 2021

Biossido di titanio, Ikea Francia ritira la tenda che purifica l’aria (ma in Italia c’è ancora)

 1 Giugno 2021

Di
Valentina Corvino per "Il Salvagente"

Fonte: https://ilsalvagente.it/2021/06/01/biossido-di-titanio-ikea-francia-ritira-la-tenda-che-purifica-laria-ma-in-italia-ce-ancora/

Ikea Francia ha ritirato dal mercato le tende Gurnid dopo che le analisi dell’associazione Avicenn ne avevano evidenziato tracce di nanoparticelle di biossido di titanio. Ce ne eravamo già occupati in questo articolo: le tende, sponsorizzate come capaci di purificare l’aria erano risultate contaminate da nanoparticelle di biossido di titanio. Il biossido di titanio è un additivo molto utilizzato in cosmesi e dall’industria alimentare e non solo, come dimostra l’uso nel tessile da parte di Ikea: è uno sbiancante molto apprezzato soprattutto per fini estetici. Se sappiamo con certezza che è un probabile cancerogeno se inalato (ed è il rischio più preoccupante in questo caso), adesso non ci sono più certezze neanche per quanto riguarda l’ingestione. L’Efsa, infatti, da poco ha ritenuto che non è un additivo sicuro.

Al di là di questo, Ikea ha deciso di richiamare dal mercato queste tende: a questa decisione ha contribuito certamente il fatto che nell’ottobre 2020, il laboratorio nazionale di metrologia e prove (LNE) ha confermato che le tende erano effettivamente ricoperte di nanoparticelle di TiO₂.

E in Italia? La domanda sorge spontanea visto chele tende Gurnid sono vendute anche nel nostro paese e, sebbene non ci siano analisi a supporto della presenza di nanoparticelle di biossido di titanio, è lecito pensare che siano ottenute tramite lo stesso trattamento.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2021/06/01/biossido-di-titanio-ikea-francia-ritira-la-tenda-che-purifica-laria-ma-in-italia-ce-ancora/

venerdì 16 aprile 2021

Ampliamento discarica Podere Rota (AR) - fasi finali dell'inchiesta pubblica

Siamo alle fasi finali dell'inchiesta pubblica nell’ambito del procedimento finalizzato al rilascio del Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR) relativo al progetto di “Adeguamento volumetrico della discarica per rifiuti non pericolosi di Casa Rota, nel Comune di Terranuova Bracciolini (AR)”, proposto da Centro Servizi Ambiente Impianto S.p.A. (di seguito CSAI).

Oggi (16 aprile 2021, dalle ore 17), l'ultimo incontro on line.

Di recente ARPAT ha inviato 5 documenti (all'interno dell'iter di cui sopra, li trovate a questo LINK, contributi del 19 marzo 2021) che sono serviti al settore VIA della Regione Toscana per elaborare un atto di RICHIESTA DI INTEGRAZIONI, che potete leggere QUI.

In estrema sintesi, "si suggerisce .... al Proponente di valutare attentamente la possibilità di superare le suddette problematiche prima di procedere alla elaborazione e presentazione dell a sott o elencata documentazione integrativa". 

E quali sono le problematiche?

"In particolare si fa riferimento al tema dell’inquinamento della falda, per il quale ARPAT ha segnalato di non condividere le ipotesi di sussistenza di un fondo naturale (ad oggi mai quantificato) e l’asserita provenienza da monte idraulico di parte della contaminazione, non sufficientemente dimostrata, esprimendo quindi fondati dubbi su parte del modello geologico ed idrogeologico che la sottende e al tema degli odori, in relazione a quanto emerso dalla Valutazione dello studio diffusionale che evidenzia, per lo scenario attuale e per lo scenario di progetto, livelli non accettabili di potenziale disturbo con particolare riferimento all’abitato di San Giovanni."

Vedremo come finirà questa storia.

Intanto leggiamo, proprio oggi (16 aprile 2021) che sono arrivati ulteriori documenti dalla Regione, per i quali il Sindaco di Montevarchi, Silvia Chiassi, scrive così sul suo profilo facebook (e come darle torto?):

‼SI FERMI L'AUTORIZZAZIONE ALL'AMPLIAMENTO DI PODERE ROTA‼
La nota pervenuta stamani da Arpat è scioccante per la gravità del contenuto. E’ necessario non perdere altro tempo. Le Istituzioni si muovano subito sospendendo l’autorizzazione all’ampliamento di Podere Rota per effettuare le verifiche sulla discarica, data la presenza, ancora una volta rimarcata, di elementi inquinanti e “cancerogeni” nelle acque sotterranee.
L’Arpat, rispondendo alla Regione sui chiarimenti per emettere l’ordinanza al responsabile della potenziale contaminazione, ha confermato il superamento della soglia di inquinamento delle acque, non dovuta a caratteristiche naturali, ma alla presenza di metalli, nitriti e solfati che, per l’ampiezza e la posizione dei punti di verifica, non può essere riconducibile a “fonti di pericolo esterne alla discarica”.
Il Cloruro di vinile e Tetracloroetilene - in particolare come rilevato da Arpat - sono contaminanti, la cui formazione non è dovuta a processi naturali, sono “cancerogeni” e inseriti nelle linee guida di prevenzione oncologica della Regione Toscana. Una contaminazione definita "pluriennale, rialimentata" e che non possa essere “diversa” dall’area della discarica. L’ impianto che risulta non essere compatibile con questa drammatica condizione è quello del trattamento meccanico e biologico di TB SPA, connesso alla compagine societaria di CSAI e solo in parte nell’attività della discarica.
La Regione Toscana che non risponde alla Provincia sulla competenza, proceda con l’ordinanza sul responsabile della potenziale contaminazione e bonifichi l’area di Podere Rota .
Si fermi l’autorizzazione all’ampliamento, si tuteli l’ambiente e la salute dei cittadini!