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| Palazzina Cementificio |
È dunque la conferma che, ahimé, la storia e la memoria culturale, per la Soprintendenza di Firenze, non sono un bene da proteggere, conservare e trasmettere. Anzi se ne può fare a meno e pertanto via con decisioni dubbie, che implicano demolizioni e ricostruzioni indiscriminate (e l’UNESCO dove lo mettiamo?).
È la storia, questa, di un opificio dove dal 1910 si produceva il cemento, a San Francesco di Pelago, accanto Pontassieve, a dodici chilometri da Firenze, contado produttivo della capitale toscana.
Infatti, a quanto si apprende dagli atti ufficiali consegnati dalla Soprintendenza di Firenze a Italia Nostra (prot. SABAP-FI n. 36030 del 12/12/2025), la CO.RE.PA.CU. della Toscana - composta dall'arch. Antonella Ranaldi (Sop. ABAP Firenze), dall'arch. Valerio Tesi (Sop. ABAP Pisa), dall'arch. Gabriele Nannetti (Sop. ABAP Siena), dalla dott.ssa Angela Acordon (Sop. ABAP Lucca), dal dott. Stefano Casciu (Direzione Regionale Musei) - ha respinto la proposta avanzata dall'arch. Emanuele Masiello, funzionario decano della Soprintendenza di Firenze, di assoggettare a tutela culturale - ai sensi dell'art. 10, comma 3, lettera a) e lettera d) del vigente Codice dei Beni Culturali (D.Lgs. n. 42/2004) - il complesso industriale dismesso ex Monsavano poi ex Italcementi e infine Colacem, nel Comune di Pelago (FI), in quanto da egli ritenuto di interesse "particolarmente importante", sia per la storia della cultura industriale in Toscana e in Italia, sia per l'apporto fornito alla sua edificazione dal noto architetto Gherardo Bosio, autore di molti edifici e piani urbanistici in Albania e in altri Paesi legati all'Italia durante gli anni '30 del Novecento, nonché di tante altre opere in Firenze e dintorni, tra cui la pregevole Club House del Golf dell'Ugolino.
La proposta dell’arch. Masiello, di per sé doverosa, appare peraltro giusta e motivata anche per l'assenza, sull'area dello stabilimento, di tutele paesaggistiche, la qual cosa espone di fatto il vetusto Cementificio dismesso, di cui sono evidenti i molteplici e documentati pregi, alla pressoché certa e totale demolizione, a meno che il Comune di Pelago non la impedisca con suoi atti. Pertanto, quella assunta dai componenti della CO.RE.PA.CU. è una decisione molto grave, che parrebbe evidenziare l'esistenza di una realtà allucinante, nella quale il massimo organo ministeriale che in Toscana dovrebbe provvedere alla tutela del patrimonio culturale, nei fatti si rende responsabile della sua distruzione.
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| Uffici e Silos |
Si tratta però di una motivazione di scarso valore, giacché lo “stato conservativo” non è un dato che solitamente, per dottrina e per prassi, condiziona le valutazioni di interesse culturale anche “particolarmente importante” (come dimostrano le tante altre opere in pessimo stato di conservazione che sono state assoggettate a tutela, tra cui, solo per fare un noto e vicino esempio, lo Stabilimento delle Ceramiche Brunelleschi nel Comune di Pontassieve). Si può peraltro aggiungere che la motivazione della CO.RE.PA.CU. pare avulsa dalla reale conoscenza dei fatti, giacché non è vero che l’apporto progettuale di Bosio sia irriconoscibile, ma è al contrario ben riconoscibile, specie nei silos cementizi che sono ancora oggi visibili, e che identificano anche da lontano l'immagine architettonica del complesso. Parrebbe quindi che i membri della CO.RE.PA.CU. abbiano visionato male (o non abbiano visionato affatto) la documentazione istruttoria, senza darsi nemmeno la briga di compiere i doverosi approfondimenti, prima di emettere il verdetto che condanna di fatto il Cementificio alla sicura demolizione.
Inoltre, si direbbe che sia stata del tutto ignorata la possibilità di recuperare ovvero di rigenerare l'ex Cementificio, destinandolo a nuovi usi mediante adeguati progetti, come è stato chiaramente prospettato nei documenti di supporto alla proposta di dichiarazione di interesse culturale, e come dimostrano le tante valide esperienze compiute in altri contesti italiani e stranieri.
Insomma, pare che sia del tutto mancata la basilare presa d'atto del valore culturale che l'ex Cementificio indubbiamente possiede, in quanto bene patrimoniale di una comunità che anche intorno al grande stabilimento produttivo, ha costruito gran parte della sua identità storica, nel corso del Novecento.
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| Interno cementificio |
Le istituzioni che avrebbero il compito di tutelare i nostri beni rinunciano a questo scopo primario (ma perché?), non contemplando evidentemente tra i propri compiti l’immateriale memoria a cui attinge la cultura. Eppure, i monumenti che costituiscono il nostro ricco patrimonio storico non sono solo quelli a cui si depongono le corone di fiori ma anche i luoghi che ricordano la vita di donne e uomini, luoghi che trasmettono orgoglio, testimonianze di cultura del lavoro e del sacrificio.
Claudio Cantella, architetto e urbanista
Pontassieve, 4 gennaio 2026
FONTE ARTICOLO: BLOG ITALIA NOSTRA



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